domenica 25 gennaio 2015

Una settimana stranamente ricca di visioni cinematografiche (e non sempre e solo telefilmiche) anche se per la mia nuova cotta seriale del momento vanno spese due parole: Mozart in the Jungle. Recuperatelo tutti, tutto, sono 10 puntate da una ventina di minuti ciascuna. Merita tantissimo e Amazon ancora una volta ha fatto centro. E Gael García Bernal è di una goliardia davvero divertente. E' perfetto nel ruolo del Maestro, è trascinante. Saranno 20 minuti ben spesi, lo prometto.

Ma passiamo ai film visti... Sto cercando di fare i compiti a casa ed arrivare preparata agli Oscar, almeno per un anno. Sono aperte le scommesse se mai riuscirò a recuperare tutto entro il fatidico 22 Febbraio.


BIRDMAN

Non sono una fan di Alejandro González Iñárritu. Ho visto giusto Babel e 21 Grammi, che all'epoca ricordo mi aveva gasato parecchio ma non è di certo uno dei miei registi del cuore. Beh, dopo Birdman lo potrebbe tranquillamente diventare. Il cast della madonna quale Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts conta ben poco. Siamo abituati a filmoni con un cast stellare sulla carta che crollano miseramente durante la visione del film (American Hustle, ti ricordo ancora bene purtroppo). La miglior qualità di Birdman è una idea sottostante a dir poco geniale e una trama articolata senza risultare però eccessivamente complessa. E' facile seguire Birdman nei suoi dialoghi, nella sua regia sublime. Si rimane incollati allo schermo e viene solo voglia di applaudire per lunghi minuti a scena aperta. Ho adorato alla follia i dialoghi di Birdman.

Ieri durante la visione ero talmente immersa nel film che ho anche confuso, su Twitter, Emma Stone con Emma Watson ma nella mia mente la Stone era davvero molto chiara e la Watson, ahimè, non c'entrava nulla. Interpretazione sofferta, emotiva, sorprendente della Stone. Emma la seguo con interesse ma anche per lei, come per Iñárritu, non ho mai pensato di vendere i parenti. Dopo questo film ci potrei seriamente pensare. Adorabile anche il suo look e quegli occhioni enormi (ma ha sempre avuto occhi così grandi la Stone?).... Infine, che Michael Keaton ed Edward Norton fossero degli ottimi attori non ci sono mai stati dubbi ma in Birdman tutto viene esaltato alla massima potenza. Soprattutto nella parte finale del film. Soprattutto nelle scene finali. Ho letto che molti non hanno approvato il finale che ovviamente non svelo perché è una delle parti migliori del film (IMHO), ma ecco. Quale altro finale poteva risultare così giusto? Così in linea con lo spirito del film? Secondo me nessuno. Il finale perfetto per la pellicola.

Per curiosità ha googlato i giudizi da parte delle grandi testate cinematografiche (o presunte tali) su Birdman... 3 stellette, 3 e mezzo e sono piuttosto rimasta basita. O io ho visto un altro film o non ci siamo. Non voglio svelare troppo del film, non voglio addentrarmi in un'analisi psicologica anche perché in realtà mi sembrerebbe quasi di sporcarlo, di aggiungere parole dove non c'è necessità. Basti dire che Birdman è un film attuale, psicologico, introspettivo, dove i legami, il teatro e il potere pericoloso dei social network si legano profondamente. Ho amato quei piani sequenza ripetuti, la colonna sonora minimale nel suo particolare jazz, il viaggio nella mente dell'attore, all'interno delle ossessioni, delle manie e soprattutto delle paure. Perché alla fine, anche dopo uno spettacolo, anche dopo la fama, il senso di solitudine non ti abbandona mai. Quanto contiamo in realtà per gli altri? Quanto contiamo per noi stessi? Farsi queste domande fa paura, fa molta paura. E' un film sperimentale, innovativo, intimista, che non ha timore di mettere in luce le debolezze e le contraddizioni dell'essere umano ma anzi, sono questi i punti solidi e forti del film.

Siamo solo a fine Gennaio e non si può parlare di film dell'anno ma per me, almeno per ora, lo è. Voto: 9.



THE IMITATION GAME

Passiamo invece alle delusioni (mezza delusione) della settimana. The Imitation Game me lo aspettavo davvero molto meglio. Forse sono partita super motivata verso Benedict Cumberbatch e particolarmente positiva verso i film biografici (visto l'innamoramento attuale per La Teoria del Tutto). Perché The Imitation Game non ha funzionato? Bella domanda a cui mi piacerebbe avere una risposta... mi è sembrato un buon compitino portato a casa e nulla di più. Ho apprezzato molto il rispetto della pellicola per Alan Turing, ho amato il modo in cui Benedict lo ha interpretato, ho adorato il fatto di non indagare maggiormente sugli aspetti dell'omosessualità e della morte. L'ho trovato un film profondamente rispettoso della figura di Turing. Delicato. 

Detto questo però la pellicola non mi ha emozionata, neanche per un minuto. Complice anche forse l'antipatia verso Keira Knightley che, secondo me, non è stata per niente capace di portare sulla scena Joan. Joan è un personaggio chiave, nel film non si è avvertito ciò. Si avvertiva con tanta immaginazione, caricando la performance della Keira e immaginando un modo migliore di portare in scena Joan ma questo non basta. Non mi emozionava il suo cercare di capire un personaggio come Alan, non mi emozionava il suo modo di rapportarsi con Turing. Un film salvato dall'ottima prova di Benedict, che si è rivelato ancora una volta superbo, ma pretendevo lacrime che sgorgavano come fontanelle e invece non ci sono state... Peccato. Un vero peccato. Voto: 6.



AMERICAN SNIPER 

Ultimamente ho trovato un nuovo passatempo preferito. Quando qualcosa non mi va a genio la frase perfetta è: "E' quasi brutto come American Sniper". Insomma le 6 nomination agli Oscar sono un insulto e su questo non si discute. Se The Imitation Game non raggiunge i risultati sperati ma comunque è una pellicola di tutto rispetto American Sniper davvero, non lo è. Non ci si avvicina neanche, con tanta immaginazione. Siamo al 3° biopic visto e stiamo andando sempre peggio, non oso pensare a cosa mi attenderà per Big Eyes.

Le prime decine di minuti si passano a capire cosa abbia di strano Bradley Cooper... è senza barba! Poi fortunatamente la barba cresce e tutto è più rassicurante. A parte questa nota di dubbio conto, altra nota di dubbio interesse... Sienna Miller perché non sei bionda? Insomma, se non sapete già che nel film c'è Sienna Miller con un ruolo da co-protagonista, ecco non la riconoscerete mai. Sienna generalmente mi è simpatica a pelle, la trovo sempre carina e a modo. Qui sembra sia una cagna maledetta e ti viene voglia di prenderla per i bruni capelli e attaccarla al lampadario del soggiorno. Anche qui, come con Bradley, non si ottiene il risultato sperato e già non ci siamo.

Sulla parte della guerra e dell'addestramento non spendo parole. Non sono afferrata sui film di guerra quindi non sono in grado di dire se è stata messa in campo bene o male, in modo delicato o sofferto. Sta di fatto che mentre vedevo American Sniper ho giusto fatto quelle 200 cose rimaste in sospeso nel corso della settimana. Dopo aver identificato Bradley Cooper con la barba e Sienna Miller bruna, il tutto è stato una noia profonda. Mi dispiace veramente per Clint che generalmente porta in scena film intelligenti ma American Sniper, oltre ad essere recitato maluccio, è incongruente, è noioso, è così patriottico da risultare aberrante. Fra l'altro povero Clint, manco una nomination agli Oscar. Sei nomination praticamente inutili (e totalmente insensate) e lui neanche una povera nomination (che non avrebbe mai vinto ma almeno sarebbe stata una magra consolazione). 

Voglio spendere due righe sul bambolotto comprato a costo 2 euro dai cinesi. Come si vede dalla gif (ed è palese nel film!), Bradley si coccola vistosamente un bambolotto finto, fintissimo. Ora, va bene tutto, va bene il budget, va bene i bambini finti così non sono da cambiare, non piangono e non creano problemi ma seriously?! Per un film candidato all'Oscar mi mettete un bambolotto finto che più finto non si può? Non so se ridere, incazzarmi o piangere disperata. 

Cosa mi è piaciuto del film? Cosa salvo? Niente. Davvero niente. Come l'eroe americano è stato esaltato non mi è piaciuto per nulla, patriottico in maniera sbagliata, un film che non ha né capo né coda, che ha perso qualsiasi inizio e fine, non c'è un filo narrativo, non c'è una rilettura interessante e intensa del personaggio di Chris Kyle. Da una parte, viene da dire, meno male che il vero Chris Kyle si è potuto risparmiare questo scempio. Rivoglio 2 ore e 14 minuti. 




 


domenica 18 gennaio 2015


Questo 2015 è nato con almeno due propositi: vedere più film e leggere più libri. Siamo solo al 18 Gennaio quindi non si può dire già di essere a buon punto ma... se le sorprese sono così inaspettate e piacevoli come La Teoria del Tutto e Cercando Alaska... beh allora vale il prezzo del biglietto impegnarmi di più sul fronte film e libri.

The Theory of Everything - La Teoria del Tutto

Non sono una che tiene particolarmente ai titoli originali ma adoro il suono del titolo del film in inglese: The Theory of Everything, tutto suona così immenso, così maestoso. La trama la risparmio perché come sempre esiste Wikipedia. Sono entrata in sala del tutto naif sull'argomento. Sapevo solo a grandi linee chi sia e cosa abbia fatto Stephen Hawking e niente di più. Il film mi ha sorpresa a 360° gradi. Emozionante, toccante, profondo.  

The Theory of Everything è la storia (o meglio parte della storia) di un genio brillante e coraggioso. Un film che sfiora diversi temi fondamentali della vita: l'amore, la malattia, la morte eppure non si addentra nello specifico in una tematica ma si muove sottile fra la mente e la voglia di scoperta di Stephen Hawking e un po' ci si innamora delle sue teorie. Del suo bisogno di cercare un'unica formula in grado di spiegare il tutto. Bravissimi, davvero da applausi (e da Oscar), i due attori protagonisti; sia Eddie Redmayne sia Felicity Jones che per me erano un "chiiii?" esclamato con tanto di sopracciglia a punto di domanda prima della visione del film. Sono gli anni '60 e sono anni affascinati, sia come atmosfera che come abiti. L'incontro fra Stephen Hawking e Jane Wilde è come un cuscino quando hai sonno e non sai dove appoggiare la testa. Il proseguo è zucchero puro, ma ben presto Hawking scopre la sua malattia. Una malattia che gli permetterà di trascorrere solo 2 anni di vita... In realtà saranno molti molti di più. 

La Teoria del Tutto in pillole:
- Voto: 8. Sono uscita dalla sala piangendo sommessamente, nascondendomi sotto kg di sciarpa. A quanto pare ero l'unica commossa e ciò mi ha resto un tantino incazzata verso il genere umano. La Teoria del Tutto mi ha lasciato un macigno in gola per almeno una manciata di ore successive dalla visione. Mi ha lasciato la voglia di leggere "Verso l'infinito" e di scoprire meglio, molto meglio, il mondo di Stephen Hawking. 

- Pro: Felicity Jones e Eddie Redmayne, due sconosciuti che hanno conquistato un pezzetto del mio cuore. Lei bellissima, adattissima per il ruolo, ha saputo dimostrare la sua forza, la sua volontà ma anche le debolezze di una vita dove sulle sue spalle pesa una famiglia "non normale". Eddie Redmayne ha fatto un lavoro su di sé strepitoso. Il modo in cui la malattia ha inciso sul suo corpo, sui movimenti, sulla distorsione dei muscoli. Magnifico. Altro aspetto che mi è piaciuto: il film non si crogiola su se stesso, non perde tempo, va veloce, e seppur le tematiche non siano sempre felici, il film, al termine, risulta comunque positivo.

- Contro: sembrerà una banalità ma... potevano invecchiare un po' di più Felicity Jones. Alla fine sono passati vent'anni e più (guardando i bambini che sono diventati adolescenti) e lei sembra ancora avere vent'anni, massimo trent'anni. Secondo me un trucco in grado di invecchiare di più i due protagonisti sarebbe stato doveroso. Probabilmente è un semplice dettaglio che però a me ha pesato molto, soprattutto durante la visione del film. Avrei preferito che i segni del tempo, così come la fatica e il dolore, pesassero di più sui due protagonisti. Altro aspetto che mi ha suscitato qualche perplessità... Nascono 3 figli, la relazione fra loro è inizialmente molto forte, poi non più, c'è l'inserimento di due personaggi importanti come Jonathan e Elaine eppure questi aspetti non sono approfonditi. Io, personalmente, avrei apprezzato anche magari una mezz'oretta in più nel minutaggio del film ma un approfondimento migliore di questi aspetti. Va bene che non era (solo) il film sulla vita privata e amorosa di Hawking ma quando si inseriscono dei personaggi chiave ho sempre la mania di sapere tutto, altrimenti mi mancano dei pezzi. E la mia mania di precisione non è del tutto soddisfatta. 

Detto questo, spero che La Teoria del Tutto faccia una scorpacciata di Oscar, se li merita tutti. 

Looking for Alaska - Cercando Alaska

Ho letto "Cercando Alaska" spinta da un 4 stelle su 5 di un'amica dai gusti affidabili e grazie ad una copertina bellissima. Sì, sono una di quelle che compra un libro (quasi) anche solo per una copertina di mio gusto.  Looking for Alaska è il primo romanzo di John Green, quello di Colpa delle Stelle tanto per capirci. E' un libro per ragazzi quindi ha uno stile adolescenziale ma nel senso buono, secondo me, del termine. 

Cercando Alaska è la storia di un primo amore, di una ragazza instabile ma estremamente affascinante. Non è un libro di cui si apprezza particolarmente una scrittura elevata, è tutto molto semplice ma allo stesso tempo efficace. Peccato per il proseguo di John Green, ma Cercando Alaska è un romanzo che certamente colpirà una fascia d'età ben precisa, quella degli adolescenti, ma sarà in grado di commuovere anche chi non è più tale, come la sottoscritta, ma che si ricorda ancora bene quei tempi. 

Cercando Alaska in pillole:
- Voto: 8 1/2. I personaggi di Cercando Alaska sono meravigliosi. Miles è adorabile nella sua insicurezza, è un ragazzo comune che si trova alle prese con una forza della natura quale è Alaska. Durante il libro si ama e si odia Alaska Young ma è lei la protagonista assoluta del libro. Altra menzione d'onore per il Colonnello, un amico che "serve". L'amico di cui tutti hanno bisogno. I personaggi di Cercando Alaska sono comuni, sono in mezzo a tutti noi, e per questo risultano essere il miglior pregio del libro.

- Pro: oltre ai personaggi, di cui mi sono già dilungata in doverose lodi, Cercando Alaska è un libro che si legge facilmente (ma non per questo è scritto in maniera banale). Particolare la scelta delle ultime parole famose che comunque rivestono un'importanza sostanziale all'interno della narrazione. Si legge bene, si legge veloce, si vuole arrivare alla fine il più presto possibile, spinti da una curiosità sempre ben vivace.

- Contro: John Green aveva un futuro enorme davanti e si è perso. Colpa delle stelle non lo voglio manco vedere per sbaglio (e neppure sentirlo nominare). Sono contenta che alla fine di tutti i presunti accordi di Cercando Alaska non si è fatto un film... E' un libro che tradotto in pellicola risulterebbe solo l'ennesimo successone per ragazzini. Si perderebbe l'affascinante visione con cui ognuno di noi immagina Alaska, immagina come Miles guarda Alaska, come il Colonnello prende le redini delle decisioni del gruppo, come Alaska, Miles, il Colonnello e gli altri personaggi passano le giornate intere insieme... Cercando Alaska è meraviglioso così. Non c'è bisogno di un film. L'altro contro, che poi in realtà non è neanche tale, è che comunque resta un libro adolescenziale e non si può smuovere da quel segmento. Ma se tutti i libri "per ragazzi" fossero così, ben venga. Ci vorrebbero più "Cercando Alaska".


giovedì 8 gennaio 2015

Ci sono cose che non possono essere descritte, non subito almeno. Non vanno raccontate perché sarebbe come sminuirle, sarebbe come soffocare le emozioni che suscitano a primo impatto. L'attesa, la gioia, quel colpo al cuore. Una di queste "cose" è la musica. Una di queste "cose" sono i Verdena. Ci sarà tempo per le recensioni, per metabolizzare il disco, per amarlo, criticarlo, ascoltarlo. Ci sarà spazio per tutto questo nei prossimi mesi. Ora però è solo il momento per dire bentornati, ci eravate mancati tantissimo. E se Endkadenz Vol.1 suona come "Un po' esageri", a me va benissimo questo assaggio.

Per chi si vuole saltare l'introduzione minuto 8.00 circa, anteprima di Un po' esageri.


 



domenica 8 giugno 2014

In realtà volevo scrivere un post sulle prime sette puntate della stagione finale di Mad Men ma al momento non saprei scrivere nient'altro se non "Matthew Weiner sei un fottutissimo genio" quindi facciamo che con calma me le riguardo e ritorno a fare un'analisi con un minimo di gusto. Qualche aggiornamento random e poi passo al cuore di questo post che è "Perché Davidino non hai fatto 2500 stagioni di Doctor Who?"


E' iniziata una serie che promette bene e non per nulla è targata AMC. Mad Men mi leggi? Molti magazine oltreoceano l'hanno già paragonata al grande capolavoro della rete ma... attenzione. Mad Men ha una scrittura che purtroppo non sarà raggiungibile facilmente quindi smettiamola now di urlare al capolavoro e prendiamola con le pinze. Se togliamo una decina di somiglianze e soprattutto ci si toglie Mad Men dalla mente (ok, questo è un problema mio) Halt and Catch Fire non sembra malaccio. Riassuntone del riassunto: narra della rivoluzione informatica, anni Ottanta. Sembra una serie tv ben fatta, c'ha del potenziale e c'è Mackenzie Davis (che pare la sorella giovane di Robin Wright in HOC) che al momento è il lato più interessante. Ho visto solo il pilot quindi ovviamente 50 minuti non bastano per decretare il successo o la disfatta ma in periodi di magra come questi, dove la cosa più bella sono i ritorni dello scorso anno (In The Flesh, Vikings (che però è già finito assieme a The Americans), Orange is the new black, Orphan Black e altri ancora che al momento non ricordo), Halt and Catch Fire quanto meno fa alzare il livello di attenzione dalla soglia "cestino" a "guardiamolo". 

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Bene, passiamo a Doctor Who

In realtà io il Dottore l'ho scoperto solo recentemente, sarà stato un annetto fa, mese in più mese in meno. Non che non ne avessi mai sentito parlare ma la fantascienza l'ho sempre presa a piccole dosi ed ero ancora scottata da Fringe che, non c'entra assolutamente nulla con Doctor Who, ma era la mia serie tv di fantascienza del cuoricino. Quindi non ero mai stata spinta da un profondissimo interesse nel guardarla. Fortunatamente esiste il Condominio ed esiste Twitter.

Doctor Who è una serie tv immensa. Non solo perché ha una storia importante e poderosa che tutti sanno (o per lo meno c'è la spiegazione su Wikipedia) che fluttua fra la serie classica e la nuova serie. Una storia, televisivamente parlando, molto originale. Ho iniziato spinta dal Condominio a vedere il Dottore (ovviamente partendo dalla serie nuova che già sono una lumaca così) all'incirca un annetto fa (almeno penso, io e le tempistiche non siamo mai diventate amiche per la pelle) e all'inizio si ha difficoltà ad entrare nel mondo del dottore. Perché una serie tv così, non c'è nulla da fare, non l'hai mai vista. C'è una bionda dal sorrisone che durante le prime puntate ti fa alzare il sopracciglio ma poi entra nelle tue "grazie" perché diventerà la prima companion del Dottore e poi ci sono effetti che ti viene voglia di fare una donazione alla produzione, affinché quegli obbrobri siano migliorati subito... ma.... in qualche modo, anche se è difficile il primo approccio, ci si innamora lentamente e nello stesso tempo velocemente della Prima Stagione di Doctor Who! Probabilmente molte cose non sono ancora chiare, sai che ti stai avventurando in un mondo complesso e sei solo all'inizio ma già con la prima stagione s'inizia a scorgere delle finestre a cui aggrapparsi, delle finestre che ti viene voglia di spalancare subito ma sai che invece dovrai pazientare. 

Preciso che il mio commento su Doctor Who è tutto di "pancia" come direbbe la Ventura (citazione colta). Non ci provo neanche a fare un'analisi più o meno oggettiva di un prodotto che è stato studiato e discusso da tutti perché, Doctor Who rappresenta la storia televisiva inglese che lo erge come una serie tv speciale, a cui è difficile e nello stesso tempo facile approcciarsi. La domanda numero 1 è: "Se ti piace così tanto perché c'hai messo mesi per vedere 4 stagioni?". Il Dottore è un prodotto molto molto complesso e da trattare con una dose di rispetto e reverenza, secondo me, bisogna avere il giusto mood e il giusto stato morale per vederlo. Dopo una giornata di lavoro, quando hai bisogno di staccare il cervello, c'è bisogno di una serie tv cuscinetto, una di quelle che "anche se ti perdi 10 minuti perché ti addormenti non succede niente, tanto la storia la capisci". Del Dottore non ci si può perdere un nanosecondo e, ogni tanto, anche se hai seguito tutto alla perfezione, ci sono alcuni tasselli che mancano comunque, perché verranno riempiti successivamente ma tu sei lì a pensare "ma io perché questo particolare non lo so ancora?". 

Doctor Who è una serie maestosa. Probabilmente non esiste un prodotto televisivo così immenso, anche perché definirla semplicemente serie tv probabilmente è molto limitativo. Ci vuole testa, tempo, e una buona dose di fazzoletti di carta e di peluche per vedere Doctor Who, non solo quando arriva David Tennant nella sua splendida interpretazione del decimo dottore, ma anche per tutte le companion, tutti i personaggi che compaiono e ti fanno affezionare immediatamente. E' una serie tv che va vista, almeno una volta nella vita. 

Io come solito sono arrivata in ritardo e con Doctor Who ho fatto un casino senza precedenti. Tutto sommato è straniante vedere una stagione a così tanti anni di distanza dalla trasmissione. Perché si nota che la serie ha i suoi annetti sulle spalle ma diventi parte di un "recupero" che non è vissuto solo in prima persona. C'è anche da dire che David Tennant io non l'ho conosciuto con il Dottore come la stragrande maggioranza delle persone quindi vederlo nella sua prova più alta è stato pura bellezza ed inutile dire mi ha elevato ancor più a fangirl spietata. Giunta alla fine (degli speciali) della quarta stagione, la rigenerazione con il mascellone è stata un colpo al cuore (Sorry, Matt Smith, so che troverai il modo di farti voler bene pure tu). Ovviamente ero ben spoilerata a dovere, sapevo già tutto, ma la separazione fa comunque male. Malissimo. Rivedi le companion, da Rose a Martha, senza dimenticare Donna e il nonno e ti viene voglia di abbracciarli assieme a Ten, che sai che non si scorderà facilmente. 

Christopher Eccleston, seppur per una sola stagione, è riuscito nell'impresa di "introdurre" Doctor Who anche grazie a Rose Tyler che non è la mia companion preferita ma Rose è Rose. E' la prima companion, è quella che strappa il cuoricino dei Dottori, è quella con il sorriso a 450 denti che ti fa empatizzare con lei. Oddio, ci sono un paio di puntate dove la prenderesti volentieri a testate ma Ten e Rose sono fra i momenti più belli di Doctor Who. Nella prima stagione poi compaiono i Dalek e anche se è subito evidente che sono esseri da odiare in realtà sono bellissimi, sono così diabolici che si adorano. A pelle. Immediatamente. Sono geniali. 

La seconda stagione vede la comparsa di David Tennant e... qua c'è poco da fare. Il Dottore è lui. Davidino si adora a pelle. E' perfetto, in qualsiasi momento, in qualsiasi lotta che deve affrontare, in qualsiasi puntata. Il Dottore e Rose insieme sono belli da togliere il fiato, Doomsday è una puntata proprio "fisicamente" straziante. Doomsday è un capolavoro, è fino ad ora il finale più bello di Doctor Who e i Daleks vs Cybermen non si dimenticano facilmente, anzi. C'è il dialogo più bello di Doctor Who, per me. E' una puntata che spacca il cuore eppure va applaudita per la sua grandiosità.


Per fortuna arriva Martha che, teoricamente, sarebbe da odiare, subito, perché negli occhi c'è ancora Rose, invece Martha Jones a me è piaciuta immediatamente. E' forte quando Ten è ancora in lutto per Rose, Martha è cazzuta, fragile, intelligente, furba per entrambi. Quando mi sono approcciata a Doctor Who, leggendo qui e là e spoilerandomi le parti più belle non avevo mai letto di Martha e secondo me è un peccato. E' probabilmente la companion più sottovalutata eppure Martha Jones è stata fantastica, è stata un personaggio che ha portato una ventata di positività all'interno di un momento piuttosto cupo di Doctor Who. Non era facile superare Rose eppure Martha non si è mai messa in competizione, è andata per la sua strada, cercando di vivere al meglio il periodo con il Doctor e anche quando se ne è andata l'ha fatto con una classe irraggiungibile. 


Nella terza stagione c'è la mia puntata preferita, fino ad ora, di Doctor Who, ossia Blink. I weeping angels fanno una paura fottuta ma sono così poetici da strappare il cuoricino. Aggiungici una giovanissima (e sempre brava) Carey Mulligan e il risultato è un episodio molto particolare, che si allontana dai classici episodi di Doctor Who. "Don't blink. Blink and you're dead. Don't turn your back. Don't look away. And don't blink. Good luck". Decidere il capolavoro dei capolavori fra Doomsday e Blink non è facile.

Dopo un finale strano dove Martha ancora una volta si dimostra la companion più intelligente e positiva, la quarta inizia con Partners in Crime che è la terza mia puntata preferita di Doctor Who assieme a Dalek (Prima Stagione. Il primo incontro con i daleks non si scorda facilmente). Sto cercando un termine meno bimbominchioso per definire la prima puntata della quarta stagione ma niente è così emblematico come "puccioso". Gli adipose strappano il cuoricino di tenerezza. Dopo i weeping angels sono le mie creature preferite fino ad ora. Terzo posto dedicato agli Ood che trasudano malinconia da tutti i pori. Gli adipose sono così teneri che ogni tanto vale la pena di riguardare la puntata anche solo farsi invadere dalla tenerezza. Poi è la puntata con l'incontro fra Donna e il Dottore. Una puntata così bella e positiva va ricordata proprio perché non si porta il dolore di Doomsday o quel senso di inquietudine che porta con sé Blink, è complementare.


Donna è la companion che meglio si adatta al Decimo Dottore. Insieme sono perfetti anche perché Ten è più disponibile verso di lei. Martha purtroppo si portava inevitabilmente il peso del retaggio di Rose. Non che Ten abbia mai in realtà dimenticato Rose ma con Donna è già più "pronto" ad avere una companion al suo fianco. Donna è fighissima, percula il Dottore, è spavalda, non ha paura di niente, si mette sempre in competizione con il Dottore anche quando lei è un'umana che potrebbe morire in un nanosecondo anche se, ogni volta, t'uccide dentro il fatto che lei non ricordi il Dottore. Per vedere la quarta stagione di Doctor Who mi ci sono voluti all'incirca 4/5 mesi, forse di più. Durante gli speciali fra la quarta stagione e la quinta sapevo benissimo che David Tennant mi avrebbe salutata inevitabilmente e non ero assolutamente pronta a ciò. In realtà non lo ero neanche oggi ma prima o poi si dovrà pur arrivare alla fine, no? Quindi mi sono armata di peluche, cioccolata e gelato e ho affrontato le puntate conclusive. 

A parte "Ciao nonno di Donna, mi sei mancato tantissimo" mi aspettavo meglio *qui partono gli insulti*. Nel senso che la puntata (anzi le due puntate) avrebbero potuto essere molto più emotive secondo me, invece tutto sommato è abbastanza contenuta la tragedia finale. Cercano di avvicinarti alla fine portandoti su un cavallo bianco, non ti buttano da un aereo in corsa senza paracadute. Però gli ultimi 15 minuti finali di The End of Time sono un supplizio, ci si ritrova a singhiozzare platealmente manco fosse morto il gatto. Ten che "rivive" le sue companion e i personaggi che hanno fatto parte della sua storia è un momento da inserire fra quelli "da ricordare" di Doctor Who. 

Are you ready per la Quinta Stagione?
Io no ma ci proverò. Prima o poi. 



domenica 25 maggio 2014


Perché Cannes, è sempre Cannes! Iniziamo con il dire che in questo post non si parlerà di cinema in quanto noi poveri mortali non abbiamo ancora potuto vedere una cippa di quanto proposto al Festival di Cannes 2014. Oddio, qualcosa è già uscito nelle sale italiane ma si sa, la sottoscritta recupera i film almeno 10 anni dopo dalla loro uscita. Leggasi: sulle uscite cinematografiche sono pressoché poco utile. Modalità tartaruga nei recuperi sempre attiva. Per un motivo troppo lungo da spiegare ho tifato (leggersi fangirlato spassionatamente) per la vittoria di Xavier Dolan. Regista che suscita sempre crisi esistenziali, visto che a 25 anni ha già una lunga lunga lunga e promettente carriera. Insomma uno che ti fa suscitare qualche domanda sulle priorità della propria vita.

Passiamo all'argomento del post ossia agli abiti e soprattutto le oscenità sfoggiate sul red carpet. Quest'anno devo ammettere che le star si sono vestite di buon gusto e non so quale Dio le abbia consigliate abbastanza bene. Ma, fortunatamente per noi, qualche obbrobrio da red carpet si è manifestato comunque.

GLI ABITI DA "RUBARE" IMMEDIATAMENTE, ALMENO CON LA FANTASIA

Bellissime soprattutto 3 grandi dame: Blake Lively sempre costantemente presente come una zanzara (ma molto, molto chic), Jessica Chastain che ha sfoggiato tre abiti da sogno ma attenzione al vento che scopre tutto ed infine menzione d'onore per Uma Thurman con un abito giallo giallissimo che avrebbe fatto impallidire anche un albero di limoni ma alla Uma donava proprio. 

Quindi i gradini del podio per i migliori abiti sono già stabiliti:


1) Blake Lively: quattro outfit davvero da sogno. Difficile scegliere il migliore ma voto l'abito numero 2, leggermente superiore del 4 che faceva molto effetto principessa ma forse un po' troppo-qualcosa ma senza essere pomposo visto che le linee erano molto decise e pulite. Gli stilisti che hanno vestito la fortunata moglie di Ryan Reynolds sono (sempre in ordine, che la precisione è una cosa importante nella vita): Chanel Couture, Gucci, Giambattista Valli Haute Couture e Gucci. Insomma 3 maison di poveracci, roba che era difficile sbagliare abito anche ad occhi chiusi. Abito preferito della sottoscritta, quindi (repetita iuvant), il numero 2, anche merito della splendida trecciona bionda sfoggiata da Blake. Ben fatto, girl.


2) Jessica Chastain: c'è stato un momento in cui sta Jessica è diventata volto noto. E io probabilmente non ero collegata su queste frequenze. Sta di fatto che questo bel visino ha sfoggiato tre abiti molto carini. Con Ellie Saab Couture è difficile sbagliare e l'abito infatti ha mandato in adorazione tutti i fotografi e le fashion blogger (quelle serie ovviamente, non la sottoscritta che lo fa tanto per il gusto di aprire bocca e blaterare). Sto abito viola è talmente bello da far esclamare: "Voglio anche io questo vestito di Ellie Saab". Le occasioni per mostrare al mondo un abito del genere sono moltissime: mentre si va al lavoro il lunedì alle 8.00, mentre si cucina le lasagne la domenica mattina ed infine direi che è ottimo anche per un'oretta di jogging. A parte le idiozie, vestito magnifico da indossare solo ed unicamente in eventi del genere, per gente che può. Secondo abito blu, blu, blu come il profondo mare firmato Atelier Versace, spacco vistoso e meraviglioso per la carnagione di Jessica che a quanto pare ama molto i vampiri. Al photocall di "The Disappearance Eleanor Rigby" Jessica ha sfoggiato delle scarpette abbastanza inguardabili per i miei gusti ma abito davvero carino. L'abitino corto che vi fa esclamare: "Questo lo posso trovare in versione farlocca da H&M" in realtà è firmato Alexander McQueen. Abito preferito ovviamente l'1.... Perché sognare è sempre bello.

3) Uma Thurman: si è palesata al Festival di Cannes solo sul finire ma... che stile! La Uma ha sfoggiato uno scollatissimo abito che fa molto "7 veli e anche di più" giallo, giallo, giallo e che più giallo di così non poteva essere. Atelier Versace ancora una volta vince e stupisce, certo quando la "materia prima" è Uma Thurman magari anche un sacco di juta sarebbe risultato una figata, ma.... I don't care. Abito ancor più meraviglioso quello mostrato da Uma per la cerimonia finale (e conseguente red carpet). Marchesa propone un vestito cucito su Uma Thurman e con molti particolari interessanti (Vedere foto qui sotto gentilmente rubata a: http://thefashion-court.com/tag/cannes-2014/). Il particolare non è Tarantino che fa il provolone ma tutto l'intaglio del vestito (si potrà dire intaglio per un vestito?!?). Abito preferito il numero 2 perché l'1 davvero starebbe bene solo ad una come Uma Thurman, quindi meglio mantenere un minimo di piedi saldi a terra.... Ma anche il bianco non è mai una scelta troppo facile, anzi. Si tratta di scelte difficili, signori.


GLI ABITI DA DIMENTICARE IMMEDIATAMENTE, PER EVITARE INCUBI 

Dopo aver sognato con questi meravigliosi vestiti... Passiamo alle oscenità.

 

1° Irina Shaky: Per un giallo riuscito bene, ecco un giallo riuscito male. Irina Shayk sbaglia tutto e con lei Atelier Versace (ma che cosa mi combini?!). Dal cappuccio in testa passando per questa gonna-coda-tuttascosciata fino al corpetto sotto orrendo. Non c'è una cosa che vada in questo abito e se non va indossato da una top model... è tutto dire! 


2° Freida Pinto: Freida Pinto a quanto pare voleva occupare tutto il red carpet. Il vestito è firmato Oscar de la Renta. Non saprei da dove partire nella critica, mi sembra di sparare sulla Croce Rossa. Pomposo in modo sbagliato, già era esagerato di suo, ci mancavano pure gli orpeggi e le decorazioni. NB: L'abito è stato riutilizzato come tenda del Teatro alla Scala. Big Big No.


3° Julianne Moore: Julianne Moore sorride con classe vestita in Chanel Couture, ma francamente l'abito è un facepalm. Non è così "struzzoso" come quello della bionda Chloe ma è così "insaccato" che merita una posizione anche peggiore. Julianne, brava e pure di classe, solitamente, ma... Abito Big No.

  

4° Marion Cotillard: Marion Cotillard a me sta molto simpatica, così a pelle, e la trovo anche caruccia. Magari è una stronza inenarrabile ma fa nulla, si sa che fondo la mia esistenza su convinzioni non verificate. Marion ha sfoggiato due abiti francamente osceni a Cannes 2014 ma poi si è riscattata con questo Christian Dior so cute: http://www.becauseiamfabulous.com/wp-content/uploads/Marion-Cotillard-in-Christian-Dior-LHomme-QuOn-Aimait-Trop-2014-Cannes-Film-e1400713832907.jpg Dopo l'abito a bottoni e caramelle che evito di commentare, nella top delle peggiori ci finisce questo abito qui sopra firmato da Dior Couture. Il davanti non era manco malaccio, a parte la coda penzolante. Il dietro è è è... Io non me lo so proprio spiegare.


5° Chloe Grace Moretz: la ragazzina bella è bella ma l'abito piumato, dove è chiaro che uno struzzo è stato spennato... anche no. Chloe, bellezza di mamma, anche Chanel ogni tanto può sbagliare. Non lasciatevi ingannare, Chloe lo porta anche "benino" questo discutibile vestito... ma è davvero un Big No.

Gli abiti di Hofit Golan, Elena Lenina, Valeria Marini, Eva Longoria, Rosario Dawson giusto per citarne solo alcune sono talmente incommentabili e inguardabili che non meritano di essere neanche nella classifica delle peggiori. Bisognerebbe fare una sezione a parte.
Chloë Grace Moretz
Chloë Grace Moretz

martedì 11 marzo 2014


Niente, c'ho provato, ma essere costante non mi riesce proprio. Siamo brevi (plurale maiestatis) che nelle premesse mi ci annego sempre. Ho deciso di ritornare con un post riassuntivo inzuppato di commenti random, non si parla di pilot, non si parla di una serie in particolare, sarà tutto un grande minestrone telefilmico. Random puro ma organizzato. 

Detto questo passiamo alla prima parte di estemporanee random che riguardano... udite udite...

IL 13 APRILE RITORNA MAD MEN

Non sono assolutamente pronta per la prima parte della stagione ma, se dimentico il fatto che sarà l'ultima, non vedo l'ora. Non vedo l'ora di potermi immergere ancora una volta nella pura bellezza telefilmica.



Ma passiamo oltre:

  • Vikings: è ritornato Vikings e le mie bestemmie hanno già raggiunto livelli impensabili. Nelle mie previsioni ideali c'è un post solo su Vikings e solo sulla seconda stagione ma al momento mi viene sono da dire "Lagherta dove sei?! Ritorna per noi!" #TeamLagherta. A parte il momento di fangirlismo puro, Vikings è un ottimo prodotto che fa scatenare reazioni inconsulte.
  • True Detective: ho iniziato l'elenco puntato con Vikings solo per non essere banale (e perché i momenti fangirl hanno sempre la precedenza) ma ovviamente la protagonista degli ultimi mesi può solo essere lei. Non avete ancora visto True Detective? Recuperate 8 puntate che vi faranno tirare fuori dall'armadio tutti i vostri premi trovati nelle patatine da devolvere a Matthew McConaughey, perché un Oscar assolutamente non basta. La qualità mostrata da True Detective al momento non ha eguali (e pochissimi competitors). Da recuperare assolutamente senza lasciarsi annebbiare da una lentezza perfettamente studiata. 
  • House of Cards: siamo alla stagione 2 e Kevin Spacey viene voglia di abbracciarlo come un nonno perfido e cattivo, ma a cui comunque, nonostante tutto, gli si può solo voler bene. HoC si dimostra magnifica, una perla non solo "politica", non solo a livello di trama ma soprattutto (ancora una volta!) per l'interpretazione. Kevin Spacey è il re indiscusso ma un grande uomo ha sempre bisogno di una donna forte al proprio fianco ed ecco una splendida Robin Wright che non sfigura mai accanto a Spacey ma anzi, in alcuni momenti, gli ruba addirittura la scena.
  • Banshee: l'anno scorso Banshee era un guilty pleasure. Era caciarona, goliardica, ironica, semplice. Vedevi Banshee e staccavi il cervello per quei 45 minuti ma la qualità era altrove. Quest'anno Banshee sta sfoggiando una stagione con le contropalle. Certo, non sarà mai una serie tv dove la forza numero 1 su cui puntare è una trama solida. Ma i personaggi di Banshee ti si appiccicano addosso anche se quasi li prenderesti a martellate sui denti. Banshee quest'anno è stata una sorpresa forse ancor più della prima stagione. Ha sfoggiato una regia davvero ottima. Ha sfoggiato una trama sicuramente non complessa ma interessante da seguire. E poi diciamolo, gli scazzottamenti di Banshee sono tra i migliori del panorama telefilmico attuale. 
  • Suits: è ritornato anche Suits (qualche giorno fa) ma posso solo dire di avere belle speranze. Non ho ancora avuto tempo per la sua visione. Suits, non deludermi e soprattutto più Donna, grazie. E magari Donna ed Harvey anche, che non guasta mai.
  • The Americans: la seconda stagione è appena incominciata e già promette grandi cose. Diamogli tempo e nel frattempo vietato il bacon. Imparate da Paige, mai aprire quella porta.  
  • Inside No. 9: la prima puntata non è piaciuta probabilmente solo a me su tutta la faccia della terra ma con la seconda stavo già sacrificando un agnello in nome di questo gioiellino inglese. Mi ricorda tanto il percorso di Utopia lo scorso anno, pur essendo di due generi completamente diversi. Ironia, risate, perplessità, riflessione, c'è genialità in questa serie.  


Purtroppo sarebbe bello che tutte le serie tv fossero come quelle sopra elencate ma invece no. Invece c'è stato molto "rumore" (per essere delicata) in giro in questi mesi, per ora nulla a che vedere con la qualità proposta l'anno scorso (a parte l'eccezione di True Detective). Potete già buttare nel cestino ancor prima della visione: Mixology, Looking, Enlisted, Star Crossed, Black Silas e tanti altri già dimenticati (la lista era molto, molto lunga ma la mia memoria purtroppo no). Una possibilità a Reign va data solo se amate il trash e volete vedere la sosia di Nina Dobrev teenager in azione. Mind Games è ancora un punto di domanda, concediamogli la seconda puntata. Due consigli per "una serata senza troppe pretese": Rake e The Crazy Ones. Regalano qualche sorriso (risata è troppo, non esageriamo) ma tutto il contesto creato è sicuramente piacevole senza essere esaltante. 

Nei prossimi giorni sui piccoli schermi (alcuni sono già andati in onda ma il mio risicato spazio telefilmico ne risente) vedremo: From Dusk Till Dawin, Resurrection, The Red Road, The 100, Believe, Crisis e sento già odore di cestino immediato. Su Believe ho letto così tanti commenti entusiasti che giuro, ho ricontrollato 4 volte la puntata per vedere se era davvero quella reale. Purtroppo lo era. JJ Abrams, io non so quando di preciso tu sia caduto dal seggiolone ma dopo Lost, Revolution, Almost Human, Alcatraz (e tante altre che non nomino solo per decenza) non ti pare di aver già ucciso tutte le speranze degli esseri umani di credere ancora che tu sia in grado di realizzare una serie tv ben fatta? Son sempre più convinta che Fringe in realtà sia stata una idea solo di Alex Kurtzman e Roberto Orci e JJ Abrams si sia incluso perché avanzava spazio nelle info della serie e lo spazio bianco pareva brutto. Altrimenti non si spiegano le cocenti delusioni che Jeffrey Jacob continua a sfornare.

domenica 19 gennaio 2014

Dallas Buyers Club è il film che stavo aspettando da una vita.  


Non sono per nulla ben informata sulla carriera di Matthew McConaughey e, ahimé, mi sono persa il momento in cui è diventato così dannatamente bravo. Però, sono sicuramente meglio informata sulla carriera di Jared Leto che, io sostengo da sempre, dovrebbe dedicarsi maggiormente alla carriera cinematografica. Non per niente due dei miei film preferiti di sempre sono "suoi": Requiem For a Dream e Mr.Nobody. Ma passiamo a Dallas Buyers Club. Non sarà una recensione """professionale""". Non ho né la voglia né le competenze per farlo, anche perché quando si parla di serie tv sono un tantino più informata... sui film vado tutto a sensazione. Mi mancano film cult, mi mancano ultime uscite, recupero i film a casaccio, secondo il mood del momento. Sono praticamente un disastro quando si parla di cinema ma, ogni tanto, ho i momenti di passione pura come questo. 


Iniziamo con il dire che Dallas Buyers Club è un film bellissimo nella sua sconvolgente e sanguinante sofferenza. E' un cazzotto dritto in faccia e, appena riesci a riprendere fiato, ti arriva un altro pungo nello stomaco. E' bello come me l'aspettavo, è distruttivo come me l'aspettavo. Non mi dilungherò sulla trama, esiste sempre Wikipedia, ma Matthew McConaughey e Jared Leto hanno compiuto una trasformazione allucinante: qui si parla venti/trenta chili persi. D'altra parte era necessario, d'altra parte sono pagati un sacco di soldi, direte voi, ma io aggiungo che comunque sia non è facile. Non è facile mettersi alla prova con film del genere. Da sempre adoro gli attori estremisti, quelli che pur per impersonare al meglio un personaggio stravolgono la loro vita per riuscirci al meglio. Non è da tutti, assolutamente non è da tutti. 


Il regista Jean-Marc Vallée ai miei occhi è un perfetto sconosciuto. Prometto di recuperare la sua filmografia. Quindi, non ero influenzata da un amore proprio per il regista, se mai per Jared Leto che non sbaglia un colpo, quando sceglie i film dove prendere parte. Brevemente, la pellicola è ispirata ad una storia vera (ISPIRATO... non copiato, non seguito alla lettera.... ispirato) e si svolge nel 1986 in Texas. Ron Woodroof, texano duro e volgare, intepretato da McConaughey, scopre di avere l'HIV quindi decide di curarsi in modo "alternativo". Ron incontra Rayon, interpretato da Jared Leto, un transessuale sieropositivo. Woodroof, cowboy texano profondamente omofobo, inizia ad allargare i propri orizzonti mentali e grazie a Rayon e la dottoressa Eve Sacks (Jennifer Garner) riuscirà a resistere e vivere molto più tempo (sette anni) rispetto ai 30 giorni diagnosticati inizialmente dai medici. 



Il film è una critica alla medicina, sicuramente, ma il filo conduttore, secondo me, è proprio l'esistenza. Come ti comporteresti se hai solo 30 giorni da vivere? Come agiresti? Cosa faresti? Il film è stato presentato al Toronto International Film Festival 2013 accolto dall'applauso generale (gente che se ne intende). E' candidato agli Oscar.... e io ovviamente voterò mentalmente per lui, con tutte le mie forze. Dei film nominati (e mi baso solo sulla categoria Miglior Film) ne ho visti davvero pochi: l'orrendo American Hustle (qualcuno un giorno mi spiegherà qual è il senso del film perché io ho provato solo noia. Profonda, profondissima noia), il piacevole Captain Phillips ma... non capisco sinceramente cosa ci faccia li in mezzo e praticamente basta. Gli altri non li ho ancora visti. 


Bisogna sempre diffidare dei premi ma Matthew McConaughey, come miglior attore protagonista, e Jared Leto, come miglior attore non protagonista, non hanno mai meritato un premio così tanto. C'è tutta la passione che serve nel svolgere il proprio lavoro al meglio, in questi due attori e nell'interpretazione regalataci. 

Mi sono un minimo documentata sulle altre recensioni e la maggior critica compiuta verso il film è che McConaughey ruba così tanto la scena che gli altri attori spariscono. Critica secondo me completamente immotivata. Dallas Buyers Club è la storia di Ron, non è la storia di un accozzaglia di attori buttati a casaccio (American Hustle mi leggi?). Jared Leto interpreta un personaggio particolare che ruba la scena il giusto. Ci sono momenti nel film in cui la scena è sua, è di Rayon, non è di Ron. Jennifer Garner ci prova a reggere il passo, ha un sorriso bellissimo e dolcissimo che comunque t'impedisce di criticarla troppo ma, è doveroso dirlo, non regge il passo di Matthew e Jared. Sono lontani anni luce. Il film ha personaggi giusti, un numero molto esiguo di personaggi centrali ma è giusto che sia così. Non è un film "corale", è un film che ha come protagonista la malattia; una malattia che divora, che uccide la mente, prima ancora che il fisico. 


Ci sarebbe molto da dire sulla sperimentazione medica ma lo lascio fare a chi di competenza. Concludo dicendo che Dallas Buyers Club è un film forte, un film dannatamente forte come non ce n'erano da un po' di tempo. E' un film che pur nella sua profonda e sempre esposta crudeltà riesce sia a far sorridere, in alcuni momenti, sia a commuovere. Perché si arriva alla fine con gli occhi bagnati dalle lacrime. 


E' un film dove il protagonista è il dolore. Un dolore che riesce a materializzarsi, che assume quasi forme fisiche, forme reali. E' un film che non lascia indifferenti, non può lasciare indifferenti. Anzi, è un film profondamente devastante, che ti fa riflettere, che ti entra nelle viscere, che ti espone. 

Ci vuole coraggio nel produrre un film simile. 
Ci vuole coraggio ad approcciarsi alla sua visione.

E' un film reale, mozzafiato, doloroso, "materiale". E' un film che inevitabilmente sconvolge, che inevitabilmente ti lascia silenzioso e pensieroso. E' un film recitato così bene che ogni tanto ti viene voglia quasi di applaudire, anche se la pellicola non è ancora terminata. E' un film che probabilmente è troppo avanti per prendere qualche misera statuetta ma personalmente ha già vinto tutte le statuette del mondo, almeno per quest'anno. 

Jared Leto e Matthew McConaughey, regalateci più spesso film del genere. 


venerdì 22 novembre 2013

C'è un motivo per cui solitamente parlo di serie tv e non di film. Se con le prime sono abbastanza fissata, i secondi sono un ottimo passatempo ma non il mio preferito. Vivo di fisse anche in questo caso ma sono più "controllabili". Detto questo mi sono imbattuta nel film d'animazione giapponese "Wolf Children". Sì, quello che è stato al cinema un solo giorno. Proprio lui. Non sono un'esperta del genere anche se mi piace molto, forse troppo. L'animazione giapponese è per me qualcosa che colpisce nel profondo con i suoi colori, la sua ambientazione, le sue storie. Ovvio, impossibile fare di tutta l'erba un fascio, ma mi ci avvicino sempre con profondo timore. Sono ancora piangente in una valle di lacrime attendendo il ritorno di Nana, per dire. Ma passiamo oltre. 

Wolf Children. Bello da togliere il fiato. La storia è surreale, impossibile, fantasiosa ma comunque sia riesce perfettamente a coinvolgere lo spettatore. Una nota sui colori: Mamoru Hosoda realizza un film d'animazione che punta tutto sull'uso dei colori. Accecanti, in alcuni frangenti, color pastello in altri momenti (per quasi tutta la durata del film). Una realizzazione secondo me da applausi. Una storia che, seppur sai benissimo non possa essere vera, ti appassiona. Ti entra nel profondo subito dopo qualche momento e le prime lacrime iniziano a farsi largo. I momenti dei primi singhiozzamenti.


La trama è molto semplice e al contempo complessa: Hana è una studentessa che s'innamora di un ragazzo che ben presto si scoprirà essere un lupo. La coppia passa momenti molto felici (e lo spettatore ci è immerso fino al collo) quando sul più bello il compagno di Hana, nonché padre delle due creature appena nate, muore all'improvviso. Si scopre subito che i bambini sono entrambi lupi e quindi Hana per preservare la loro vita si trasferisce in una casa (magnifica!) sperduta in mezzo ai boschi, dove non c'è praticamente nessuno al di fuori di 4 anime pie. Raccontata così mi rendo conto che può sembrare una serie tv teen e viene da esclamare "Ancora i licantropi!" ma qua siamo su un altro mondo, signori. Dimentichiamoci vampiri, licantropi, tizi random senza maglietta messi a caso. No. Qui tutto è magnificamente studiato; da Hana passando per Ame e Yuki. Inutile dire, quasi, che il mio personaggio preferito è di gran lunga Yuki. Nella fase di Yuki bambina ho riso un sacco, mischiando lacrime e risate. Cosa si può volere di più?


Per una volta sarò stranamente breve. Sarò di parte ma consiglio la visione a tutti quelli che hanno bisogno di una storia diversa, una storia che nelle sue fondamenta ha sia un barlume di speranza ma anche una base di tristezza, una storia che sa convincere totalmente nella sua irrealtà. E non era impresa facile. 

Il merito dell'empatia, di quel profondo affetto immediato che fa sorridere e poi strappa anche qualche sonora risata sono Yuki e Ame. Due bambini lupo estremamente diversi fra di loro. Yuki nata in una giornata nervosa, Ame nato in una giornata uggiosa. La mia parte preferita del film è proprio l'infanzia di Yuki e Ame. Strappa il cuore da quanto è bella. Si vede proprio l'estremizzazione del carattere iperattivo di Yuki che si trasforma da bambina-lupo e lupo-bambina in un nanosecondo e poi la malinconia di Ame che invece pur essendo un lupo ha paura dei serpenti e di qualsiasi altro animale, almeno fino a quando è piccolo. Nota assolutamente positiva è l'animazione. Oltre ai colori, a come i personaggi sono disegnati, l'animazione io l'ho trovata personalmente sublime. Squisita. 


Il racconto è narrato proprio da una Yuki ormai adulta che ricorda la vita della madre e la sua infanzia assieme al fratello. Il tutto amplifica ancor più il senso di fiaba. Una fiaba moderna, inusuale, ma estremamente delicata e ben fatta. Si dà il caso che la sottoscritta debba ancora recuperare per bene Mamoru Hosoda ma questo piccolo gioiellino che mi è capitato fra le mani è un ottimo e convincente incentivo. Assolutamente da vedere, con la massima urgenza.






domenica 20 ottobre 2013

Ci sono cose su cui sono abbastanza intollerante e intransigente, una di queste sono le MIE serie tv. Mie non perché le abbia fatte io (almeno!), mie perché le ho vissute in ogni singolo millilitro di sangue, perché le ho assaporate in ogni singola sfumatura, perché le ho criticate fino al midollo ma le ho amate sicuramente di più. 

[L'ARTICOLO NON CONTIENE SPOILER]


Ci sono alcuni esempi di lunga data (vedasi alla voce Mad Men), ci sono alcuni esempi recenti (Vikings). Perché io sono fermamente convinta che le cose buone ci siano sempre. I prodotti fatti come Dio comanda non spariscono solo perché sono attuali e non rientrano in quella cultura vintage che vuole sia un capolavoro solo tutto ciò che è stato prodotto almeno quarant'anni fa. No. C'è stato del buono allora e c'è del buono ora. Forse con una percentuale diversa, ma anche questo è tutto da accertare. 

Premessa che non so dove voglia andare a parare ma capitemi, qua non si sta scrivendo con tutti i giovedì al loro posto. Qua si sta scrivendo 10 minuti dopo aver visto il finale di Peaky Blinders. 


Peaky Who?! 

Miniserie composta da 6 puntate trasmessa sulla BBC 2 (maledetti inglesi un giorno mi seppellirete), Peaky Blinders è una perla. Una perla che però non può essere amata da tutti. Metto le mani avanti per almeno due ragioni 1) non sono una persona molto tollerante quando si parla di bellezza telefilmica 2) siete stati avvisati, quindi non potete darmi della scorbutica per una risposta acida preventiva. 

Perché Peaky Blinders può non piacere?

Sto cercando di sforzarmi, sul serio. Io ho difficoltà nel cercare di comprendere come si possa non amare con tutto il cuore cotanta bellezza ma ci proverò. Peaky è ambientata ai tempi della prima guerra mondiale, in una Birmingham distrutta, un dopoguerra che si fa sentire in ogni singolo frangente del telefilm. In tutto questo c'è la famiglia Shelby e lui, Tommy. Soprattutto Tommy, ma non solo Tommy. 

Quanto io ho riassunto in 2 righe nella serie viene argomentato in 6 puntate che per coloro che sono abituati a vedersi 34 telefilm a settimana sono una nullità ma magari per coloro che non sono abituati a questa atmosfera e a questi ritmi... qualche problematica può nascere. Il pilot di Peaky non è dei migliori, le puntate migliori vengono dopo. Tipo il finale. Tipo la terza puntata. E' una serie che o colpisce subito per l'ambientazione  e il ritmo oppure va a ficcarsi nel cassettino di "serie da vedere quando la mente è sgombra" ma in questo secondo caso si perderebbe una miniserie geniale. Capiamoci, la sottoscritta si è innamorata alla follia di Peaky Blinders dopo 10 minuti. Però se si arriva alla terza puntata senza esserne almeno affascinati, ecco, io qualche domanda me la farei. 

La maggior critica fatta a Peaky Blinders è che annoia. L'hanno detto persone a me molto vicine (ma pronte a ricredersi, vero?!), l'ho letto su Twitter (ok, non è che abbia tutta sta valenza la timeline di Twitter), l'ha detto anche qualche critico televisivo. Io qua, sul serio, non so argomentare. Il ritmo di Peaky è lento ma a me non ha mai annoiato. Neanche un nanosecondo. 

E' vero anche che una delle mie serie preferite di sempre è Mad Men (qual è la critica principale che è stata fatta a Mad Men?! Proprio lei, che il ritmo lento rischia di annoiare!). Sarà che a me piace proprio immergermi in punta di piedi nell'acqua cheta, che prima ti abbraccia e alla fine ti soffoca. Mi piace immergermi lentamente e poi sprofondare, senza alcun appiglio. 



Perché Peaky Blinders va visto?

Devo essere sincera, io non sono mai stata una grande amante dei period drama. Li ho iniziati a comprendere e amare veramente solo ultimamente (a parte il già citato Mad Men). Qua ci troviamo davanti, per la precisione, ad un gangster drama. Quindi forse per ammirare e amare profondamente la serie serve una giusta propensione, per lo meno bisogna essere predisposti al genere che implicitamente include una cadenza degli eventi ben prestabilita. Insomma, alla prima puntata non accade tutto subito e arrivederci e grazie. 

Peaky Blinders va visto per almeno 100 ragioni, io ne dirò solo 10. Il resto lo scoprirete passo passo o lo avete già scoperto:

1) Una fotografia magistrale. Non sono un'esperta di fotografia ma non ci vuole una gran cultura nel capire che la fotografia qui dentro ha un impatto geniale e basilare. Bellissima.

2) La regia. Ci sono dei piani sequenza in Peaky che sono incantevoli. Anche qui probabilmente non si chiameranno neanche così e sto usando un termine a caso ma quel che conta è il contenuto, no? Le inquadrature, le riprese, i momenti in cui la telecamera si ferma e ci sono solo i personaggi nella loro nuda fragilità sono qualcosa che non si dimenticherà presto e una delle principali motivazioni per cui Peaky Blinders mancherà alla follia. 

3) Il protagonista è Tommy Shelby interpretato da Cillian Murphy. Ecco. Devo aggiungere altro al nome Cillian, no vero? In realtà sarebbe la motivazione numero 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 e pure 10 ma ogni tanto mi piace far finta di fare l'intellettuale. Comunque, oltre la battuta doverosa, l'interpretazione di Cillian è immensa. 

4) Fa un ruolo di merda, fa un ruolo per cui è impossibile non odiarlo in ogni singolo attimo, ma c'è anche un gran Sam Neill che ovviamente interpreta colui che non vede l'ora di ammirare Tom Shelby con una pallottola in fronte. 

5) La moglie del sempre amato Brodino (Brodino = Brody di Homeland al secolo Damian Lewis). Ammetto che non conoscevo Helen McCrory prima della sua interpretazione magistrale qua dentro, probabilmente l'ho anche vista altrove ma non c'ho mai fatto più di tanto caso. Zia Polly si ama, sempre. E' la verità, il ruolo femminile più bello in assoluto qui dentro. Zia Pol mancherà quanto Tommy Shelby e questo non è per niente un bene.


6) I cappelli dei Peaky Blinders. Perché chi non ha mai sognato di avere una lametta nel cappello così da sgozzare qualcuno in un nanosecondo?

7) L'attenzione maniacale per i particolari. Caratteristica delle serie inglesi in generale ma qui viene estremizzata. Nulla in PB viene lasciato al caso. Ogni singolo fotogramma è curato alla perfezione, è li per un preciso motivo. Vi è una attenzione ai particolari che più volte fa saltare sulla sedia, adorando tutto questo. 

8) Il finale. Ci troviamo davanti ad un finale "aperto" ma forse neanche tanto. Per lo meno io ho una idea abbastanza decisa su come sia finito. Si spera in una seconda stagione al più presto che qua, siamo sempre alle solite. Vengono rinnovati i telefilm demenziali e quelli belli, di un bello assoluto, latitano sempre. 

9) E' una serie inglese. Si porta con sé tutte le caratteristiche di una serie inglese. E non può che essere un grande pregio. 

10) La musica di Peaky Blinders è questa: http://www.entertainmentoutlook.com/2013/10/06/peaky-blinders-soundtrack-series-1/ sì c'è praticamente Nick Cave ovunque e c'è anche un frangente di puntata con Nick Cave - Tom Waits (con Time) e ancora Nick Cave e soci con "Bring it on". Non devo aggiungere nient'altro, vero? 


Qua, io e il condominio siamo già in seduta spiritica invocando al più presto la seconda stagione. Voi, non so. Fatemi sapere ma... attenzione ad essere delicati nel caso non vi sia piaciuta, potrei non rispondere della mia linguaccia biforcuta.