martedì 3 febbraio 2015

Da bambini non ci si interroga spesso sul senso dell'amicizia, sul come mai delle persone si trovino bene insieme e abbiano in qualche modo, in qualunque modo, bisogno una dell'altra. Si sa che è così, punto e basta. Con il crescere degli anni forse si capisce qualcosina in più o forse semplicemente s'inizia a fare (e farsi) troppe domande. Qual è il collante dell'amicizia? Cosa lega in realtà due persone? In quest'ultimi anni posso dire di aver capito che ciò che mantiene solida un'amicizia, almeno per quanto mi riguarda, è la condivisione. La condivisione di storie, la condivisione di impressioni, la condivisione di emozioni, di sogni, di paure. La condivisione di qualcosa che, a distanza degli anni, si ricorderà. 
Xavier Dolan non è una mia scoperta. Un giorno, di qualche anno fa, un'amica ha estratto dal cilindro il nome di questo giovane regista alquanto sconosciuto alla stragrande della popolazione mondiale, me compresa, (ma da lei ben conosciuto) e il cinema canadese non è più stato lo stesso. Oppure oso dire il cinema non è stato più lo stesso? La filmografia di Xavier Dolan si recupera voracemente (e velocemente) ma ogni film è un pugno nello stomaco o in alternativa un cazzotto sui denti quindi certamente dopo una giornata a recuperarsi la filmografia di Xavier, la depressione è dietro l'angolo. Vale sempre la regola delle piccole dosi. Sarà stato quel senso di empatia che si prova spesso nel vedere una persona emozionarsi, sentirsi trascinata da qualcosa, sarà che Xavier Dolan davvero è un personaggione, ma ogni suo film ha un perché. Merita quanto meno di essere visto. Merita di scoprire e approfondire la sua visione, il mondo creato attorno ad una storia, consapevoli di assistere ad una visione che certamente sarà particolare.

Il segreto di apprezzare un regista difficile e unico (posso dire unico sulla scena mondiale, sì?!) come Dolan è quello di prenderlo a piccole dosi. Ah, la prima e unica regola per non sentirsi in debito con la propria coscienza è quello di non guardare l'età del regista. 5 film a 25 anni. No ma va tutto bene eh, è lui fuori norma, fuori schema, l'autoconvinzione è sempre la via d'uscita. 
J'ai tué ma mère vede Xavier praticamente fare tutto, dallo sceneggiatore al regista fino ad essere l'attore protagonista del film ma attenzione ai due nomi che compaiono nel cast: Anne Dorval e Suzanne Clément. In questo film s'inizia ad intravedere molto del mondo di Xavier Dolan che ha lui stesso ammesso essere pesantemente presente in J'ai tué ma mère. Non è un film perfetto ma sfido qualsiasi persona a scrivere il film della vita a 16 anni. E' un dramma allo stato puro, una ricerca di se stessi, della propria identità, dell'assenza della figura paterna e di una madre che risulta essere l'unica figura importante, l'unica figura esistente. L'unico punto di riferimento, sia esso giusto o sbagliato.

Les amours imaginaires affronta un tema scomodo, un tema scottante come quello di due amici che s'innamorano della stessa persona. Xavier Dolan naturalmente è presente nel film anche come attore, così come la sua attrice del cuore Anne Dorval. Da molti criticato perché "Ma non è "Jules e Jim"!" a me verrebbe da dire che Dolan non ha mai detto di volerne fare la copia. Les amours imaginaires assieme a Laurence è forse il film più intimo di Xavier. Senti le paure, il desiderio, i sentimenti che non si riescono a controllare. E li senti lì, che trapelano dallo schermo. 

Laurence Anyways è visivamente un film stupendo. Inutile dire che l'ho amato alla follia e anche qui è presente un'altra delle attrici del cuore di Dolan, Suzanne Clément. Laurence Anyways indaga la scelta di una persona di cambiare sesso e soprattutto quanto questo influenza gli altri e l'ambiente circostante, in particolar modo la ragazza di Laurence che cerca di stargli(le) vicino ma non sarà così facile come si può pensare all'inizio. 
Tom à la ferme è il film che ho fatto più fatica ad amare di Xavier. Stupendo come solito lui (anche biondo), interessante il clima di tensione che c'è per tutto il film, quel senso di mancamento, di macabro, di un colpo di scena pronto ad esplodere. Insomma, Xavier Dolan è uno che non ha mai avuto paura di dire la sua, di mettere in scena (e mettersi in scena soprattutto) in ruoli difficili, socialmente scomodi. Lo si percepisce in ogni suo film, sin dagli esordi, ma lo si comprende del tutto, forse, solo in Mommy.

Di Mommy, al contrario di tutti gli altri film di Dolan, hanno parlato tutti. Cani e porci e pure pulcini. C'è stato un momento dove avrei voluto andare in giro con un cartello "Guardate che Xavier Dolan è sempre stato bravo, lo è da almeno 5 anni non è propriamente nato cinematograficamente con Mommy" ma tant'é. Mommy per me ha rappresentato il senso dell'amicizia, non solo perché ho letteralmente trascinato un amico al cinema, del tutto ignaro di chi fosse Xavier Dolan, ma perché tutto Dolan per me rappresenta l'amicizia. (Ora si capisce l'introduzione, vero?). L'arte è bella se condivisa? Probabilmente sì, probabilmente acquista un senso nuovo e diverso, rappresenta un legame. E poi imparare a conoscere il mondo di Xavier Dolan è sempre una gran esperienza extrasensoriale. 

Di Mommy si è già detto tutto. E' un film mostruoso, è un film che non ti lascia respirare. Ci sono scene non necessarie, scene che si sarebbero potute svolgere diversamente ma la potenza visiva di Mommy è unica. La forza delle immagini e il carico emotivo di alcune scene (Vivo per lei; la prima cena con Die, Kyla e Steve; la corsa di Steve per strada, giusto per citarne alcune...). La senti nello stomaco la voglia di vivere intensamente di Steve, Antoine Olivier Pilon, scoperto da Xavier durante le riprese di College Boy, videoclip degli Indochine. La senti nella testa la mancanza di equilibrio di Steve ma in generale di tutti i personaggi presenti nel film. Lo senti nelle ossa  il senso di perdita, perché i personaggi di Xavier Dolan non sono mai dei vincitori. 

Per il film dell'affermazione Xavier Dolan non si dimentica delle sue due donne: Anne Dorval e Suzanne Clément. La prima magnifica nella rappresentazione di Die, la madre di Steve che si trova a dover gestire un adolescente in grado di passare in un attimo dalla simpatia contagiosa fino a diventare, l'attimo dopo, pericoloso per sé e per gli altri. Suzanne Clément invece ha un ruolo scomodo e al contempo interessante: quello della vicina che impara a conoscere un mondo per lei del tutto nuovo, un mondo composto da Die e Steve. 

Xavier Dolan regala un film che fa riflettere, forse troppo. Non si esce dalla sala con lo stesso carico emotivo di quando si è entrati; si superano i gradini verso l'uscita del cinema con un senso di pesantezza addosso e un dolore viscerale. Perché scegliere non è mai facile. 
Ci sarebbe tanto da dire, dal formato 1:1 che entra dentro i personaggi senza lasciare spazio a dettagli superflui, che dona profondità agli attori e alla storia stessa, passando alla famigerata legge S-14. Xavier Dolan indaga nuovamente il rapporto fra madre e figlio da un'angolazione diversa rispetto al passato. Xavier Dolan racconta una scelta, senza avere minimamente la presunzione di esprimere un giudizio. Voi, al posto di Die cosa avreste fatto? Sembra essere questa la domanda che compare nell'ultima inquadratura di Mommy.  Un quesito che va oltre il film, va oltre la capacità di Xavier Dolan di mettere in scena storie problematiche.

Ormai è certo, di Xavier Dolan se ne sentirà parlare ancora, ancora e ancora. C'è già nell'aria il progetto con Jessica Chastain, la scelta di attori più internazionali, della lingua inglese, di una ovvia apertura ad un mercato più ampio.... eppure quel senso indie e finemente hipster (sì dai si può dire hipster) di Xavier Dolan manca già.

"Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano". 



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