Perché guardi le serie tv?

Per finali come questi

Birdman, The Imitation Game e American Sniper

L'innamoramento per Birdman, la (mezza) delusione The Imitation Game e lo scherzo American Sniper

Mommy, Xavier Dolan

Ogni decisione è una sofferenza

La Teoria del Tutto e Cercando Alaska

Un film e un libro come buonanotte

giovedì 4 febbraio 2016

Anche nel mio paesello di provincia ogni tanto si ricordano che esistono le rassegne e i film d'essai ed ecco in programmazione, per un’unica sera, Mustang. Lo sentivo già, sin dal primo trailer che ho visto, che questo film mi sarebbe piaciuto e mi avrebbe fatto male, alla follia.

Il primo impatto è un richiamo a Miss Violence ma Mustang riesce ad essere ancora più sottile, forse più superficiale, ma in realtà quello che si intravede e si intuisce è già fin troppo. Miss Violence non lo ricordo più così bene. Mi ricordo il silenzio in sala. Il mio silenzio al termine del film, per almeno decine di minuti. Mi ricordo che anche lui aveva fatto male. Quanto male il tempo lo ha attenuato.



Quello che fa specie è pensare che siamo nel 2016, lottiamo per tanti diritti, eppure ci sono ancora luoghi (e sono molti!) dove la quotidianità di queste ragazze e famiglie è la quotidianità di migliaia di famiglie. Fa incazzare che ci si ritrova a combattere per il diritto alla vita, per il diritto alla propria libertà. Per il diritto ad avere una vita.

Al termine del film mi sono girata un attimo, per vedere la reazione del pubblico in sala, e i fazzoletti, così come gli occhi lucidi nascosti sotto le sciarpe, abbondavano. Potere di un film acuto e sottile, di un film che va a toccare quelle corde che ci fanno capire quanto noi in realtà siamo fortunati. La bellezza, la purezza, la malizia e la gioia di vivere delle cinque sorelle è stata disarmante, così come il loro senso di unione, il loro senso di appartenenza. Ognuna con il proprio carattere, magari non approfondito nel migliore dei modi, ma che è emerso, a modo proprio, nel corso del film. Una pellicola da vedere (e rivedere con cautela) per ricordarci, una volta ogni tanto, quali sono i valori veri per cui lottare.

Voto:  ❤❤❤❤


giovedì 21 maggio 2015

Le tempistiche sono sempre molto approssimative per me. Così come il concetto più generale di tempo (e memoria). E' dal 10 Dicembre 2014 che prometto di spendere due osservazioni sensate sul finale di Sons of Anarchy che mi ha letteralmente strappato il cuore (come del resto tutta la serie, non solo l'ultima stagione) ma ecco... a distanza di mesi. Davvero cosa vuoi dirgli? E' il finale giusto. Perfetto. Non sarebbe stato corretto nessun altro finale e per una serie tv che ha fatto del politically incorrect il suo credo non sarebbe potuto andare diversamente. Il cerchio si chiude, si chiude in maniera esatta.

Sarà la stessa cosa per quanto riguarda Mad Men. Mi ci vorrà tempo per spendere due parole sensate su una serie tv che sento ancora così vicina. E' ancora così fresca quella meraviglia di ultima puntata. Mad Men poi è cresciuta con me, l'ho iniziata proprio nel 2007/2008 quasi in concomitanza con gli USA. Ho amato Mad Men come ben poche altre serie. Sarà anche semi-deformazione professionale, sarà l'ambientazione, saranno i personaggi ma soprattutto sarà stata la scrittura. Non c'è serie tv che tenga, la scrittura di Mad Men secondo me resterà irraggiungibile per un bel pezzo, spero di sbagliarmi. 


Dove per Sons of Anarchy sono state incazzature rabbiose (Ciao Tara, non mi manchi nemmeno un po'), innamoramenti puri (Ciao Gemma, io ti voglio ancora bene dal profondo del cuore, sweetheart), personaggi che mancano tantissimo (Ciao Opie), Mad Men è stato puro fascino (Ciao Don, rimarrai una delle mie personalità preferite di sempre), donne da da urlo, così fragili e così complesse (Ciao Joan e Betty, ciao bellezze) e personaggi che c'ho messo 7 stagioni per capire fino in fondo, per sentirmi più vicino a loro (Ciao Peggy, ammetto che nell'ultima puntata mi hai commossa pure tu). Due serie che non potrebbero essere state più diverse ma una cosa in comune ce l'hanno, una pura e devota ammirazione totale per le menti dietro a questi due capolavori (Kurt Sutter e Matthew Weiner, perché sono troppo vecchia per fangirlare altrimenti metterei i vostri poster in camera).


Gli ultimi mesi ci hanno regalato due finali come questi (SE NON AVETE VISTO LE DUE SERIE TV NON VEDETE I VIDEO QUI SOTTO OVVIAMENTE, SPOILER SPOILER SPOILER!) e a chi mi chiede "Cosa ci trovi di bello nel perdere tempo a vedere le serie tv?" la mia risposta d'ora in poi sarà questa. 


 

mercoledì 18 marzo 2015

L'ora tarda di certo non aiuta nel formare pensieri di senso compiuto ma magari per una volta riesco ad essere breve e "di sostanza". Perché alle elementari lo dicevano sempre a mia mamma "Le cose le sa ma non le esprime direttamente, le spiega in un modo tutto suo". Con l'età sono diventata forse troppo diretta ma io e il dono della sintesi non abbiamo ancora fatto conoscenza. 

Detto questo sono appena tornata dalla visione di Cenerentola ed ecco. Io forse un po' bambina lo sono stata, non so in quale ricordo, non so in quale periodo ma Cenerentola resta la mia fiaba preferita di sempre. Fiaba, lo dice la parola, non c'è niente di reale e non si pretende nulla di simile ma Cenerentola, lo confesso pubblicamente, è il mio lato romantico. Insomma, il film mi è piaciuto molto. Belli gli effetti visivi, Lily James ha questo visino da ragazza per bene, gentile e coraggiosa (cit.) che non puoi augurarle niente di male. Il tizio, Robb Stark de Il Trono di Spade, non mi ha fatto sobbalzare sulla sedia ma ha portato a casa discretamente il suo ruolo. Un ruolo che comunque sia gli garantirà notevole visibilità. La fiaba la conoscono anche i bambini di 3 anni (anzi no, forse conoscono solo Frozen) e la sua bellezza incantata rimane sempre immutata (per fortuna). 



La Disney quando s'impegna un minimo sa produrre ancora film d'animazione di tutto rispetto e ci mancherebbe, viene quasi da dire. Lo confesso, non sono una fangirl estrema di Cate Blanchett che trovo sempre adorabile sul red carpet o per lo meno è una delle poche attrici di buon gusto, ma nel ruolo di Lady Tremaine l'ho trovata assolutamente calibrata. Non tanto perché fa paura, ma perché suscita quel senso di timore classico di una matrigna come te l'aspetti in una fase più matura della vita. La matrigna immaginata in Cenerentola, quando hai 5 anni, è una matrigna cattiva platealmente, cattiva in ogni singolo centimetro di pelle, te la immagini come la strega di Biancaneve. Invece la matrigna di Cenerentola è talmente subdola e al contempo intelligente, nella sua totale mancanza di umanità, che impaurisce forse ancor di più. Perché si sa, le acque chete fanno sempre più paura. 

Detto questo, un adattamento che personalmente ho molto apprezzato. Nulla da sbellicarsi in applausi scroscianti per i prossimi mesi ma una visione piacevole, una visione idilliaca. Ogni tanto è bello sognare, anche se non si ha più 5 anni. 




Capitolo 2 dedicato al ritorno (già terminato perché sono sempre sul pezzo, of course) di Banshee. In 3 parole: Banshee è una serie tv trasmessa dalla sorellina di HBO, Cinemax. Al pilot Banshee ti sembra un'emerita stronzata. Ma è piacevole. Non capisci bene per quale motivo ma te lo guardi con gusto. Il segreto di Banshee è sempre stato quello che ti incolla in qualche modo allo schermo, ti annoia forse leggermente a tratti nella prima parte, quando vogliono introdurre storie facendo finta di essere una serie tv "seria". Insomma, ridendo e scherzando siamo giunti alla fine della 3a stagione e io a Banshee non avrei dato due lire invece la terza stagione è stata una delle mie visioni telefilmiche più amate e attese di questi ultimi mesi. 

Solitamente le serie tv dopo la prima stagione calano. E' inevitabile che sia così, lo so è doloroso ma sempre sarà così purtroppo. Banshee fa esattamente il contrario. La prima stagione, a memoria, non è nulla di che. C'è la faccia da schiaffi di Antony Starr (Lucas Hood) che si accoppia con qualsiasi entità non ben specificata. C'è Ivana Milicevic che se non fosse così simpatica in Twitter forse la si odierebbe fin da subito. Si vede più che altro come guilty pleasure. Perché finalmente si intravede qualcosa che le serie tv non sanno più regalare facilmente: buona azione, un sacco di WTF sani, puro divertimento senza bisogno di utilizzare troppo il cervello per collegare tutti i fili in sospeso. 

Banshee è iniziata così ma nel corso delle stagioni ha saputo creare una trama. Oddio, non ci si aspetterà mai la trama della madonna alla House of Cards o True Detective ma tutti i tasselli ritornano al proprio posto. Ci sono state puntate di Banshee della terza stagione veramente belle, goduriose (che non credo sia un termine esistente ma passatemelo...). Banshee non è consigliato a chi necessita sempre di una spiegazione per tutto, non è consigliato a chi vuole trovare per forza profondità in una serie tv. Badate bene, non è una comedy ma i combattimenti WTF di Banshee mi hanno regalato le più belle risate della stagione telefilmica. E io vi sfido tutti a non scappare in un altro pianeta se davanti vi trovate uno come Chayton Littlestone. 

L'altro aspetto che ha fatto di Banshee un crescendo inaspettato sono i personaggi. Probabilmente sono l'unica sulla terra, a parte i maschietti che sono piacevolmente attratti per altro, mi sa tanto, ad apprezzare il personaggio di Rebecca, interpretata da Lili Simmons. Lei è un po' la rappresentazione di cos'è Banshee. Un personaggio che si è creato dal niente, un personaggio certamente non positivo ma neanche negativo. Eppure Rebecca non è neutra. Non può essere neutra. Non le è permesso essere neutra. Si muove per convenienza? Vuole emulare il potere del zietto Kai Proctor? Cosa ha continuamente in mente Rebecca mentre spara a sangue freddo con vertiginosi tacchi a spillo e candido vestitino bianco? Ecco, questo è Banshee



martedì 3 febbraio 2015

Da bambini non ci si interroga spesso sul senso dell'amicizia, sul come mai delle persone si trovino bene insieme e abbiano in qualche modo, in qualunque modo, bisogno una dell'altra. Si sa che è così, punto e basta. Con il crescere degli anni forse si capisce qualcosina in più o forse semplicemente s'inizia a fare (e farsi) troppe domande. Qual è il collante dell'amicizia? Cosa lega in realtà due persone? In quest'ultimi anni posso dire di aver capito che ciò che mantiene solida un'amicizia, almeno per quanto mi riguarda, è la condivisione. La condivisione di storie, la condivisione di impressioni, la condivisione di emozioni, di sogni, di paure. La condivisione di qualcosa che, a distanza degli anni, si ricorderà. 
Xavier Dolan non è una mia scoperta. Un giorno, di qualche anno fa, un'amica ha estratto dal cilindro il nome di questo giovane regista alquanto sconosciuto alla stragrande della popolazione mondiale, me compresa, (ma da lei ben conosciuto) e il cinema canadese non è più stato lo stesso. Oppure oso dire il cinema non è stato più lo stesso? La filmografia di Xavier Dolan si recupera voracemente (e velocemente) ma ogni film è un pugno nello stomaco o in alternativa un cazzotto sui denti quindi certamente dopo una giornata a recuperarsi la filmografia di Xavier, la depressione è dietro l'angolo. Vale sempre la regola delle piccole dosi. Sarà stato quel senso di empatia che si prova spesso nel vedere una persona emozionarsi, sentirsi trascinata da qualcosa, sarà che Xavier Dolan davvero è un personaggione, ma ogni suo film ha un perché. Merita quanto meno di essere visto. Merita di scoprire e approfondire la sua visione, il mondo creato attorno ad una storia, consapevoli di assistere ad una visione che certamente sarà particolare.

Il segreto di apprezzare un regista difficile e unico (posso dire unico sulla scena mondiale, sì?!) come Dolan è quello di prenderlo a piccole dosi. Ah, la prima e unica regola per non sentirsi in debito con la propria coscienza è quello di non guardare l'età del regista. 5 film a 25 anni. No ma va tutto bene eh, è lui fuori norma, fuori schema, l'autoconvinzione è sempre la via d'uscita. 
J'ai tué ma mère vede Xavier praticamente fare tutto, dallo sceneggiatore al regista fino ad essere l'attore protagonista del film ma attenzione ai due nomi che compaiono nel cast: Anne Dorval e Suzanne Clément. In questo film s'inizia ad intravedere molto del mondo di Xavier Dolan che ha lui stesso ammesso essere pesantemente presente in J'ai tué ma mère. Non è un film perfetto ma sfido qualsiasi persona a scrivere il film della vita a 16 anni. E' un dramma allo stato puro, una ricerca di se stessi, della propria identità, dell'assenza della figura paterna e di una madre che risulta essere l'unica figura importante, l'unica figura esistente. L'unico punto di riferimento, sia esso giusto o sbagliato.

Les amours imaginaires affronta un tema scomodo, un tema scottante come quello di due amici che s'innamorano della stessa persona. Xavier Dolan naturalmente è presente nel film anche come attore, così come la sua attrice del cuore Anne Dorval. Da molti criticato perché "Ma non è "Jules e Jim"!" a me verrebbe da dire che Dolan non ha mai detto di volerne fare la copia. Les amours imaginaires assieme a Laurence è forse il film più intimo di Xavier. Senti le paure, il desiderio, i sentimenti che non si riescono a controllare. E li senti lì, che trapelano dallo schermo. 

Laurence Anyways è visivamente un film stupendo. Inutile dire che l'ho amato alla follia e anche qui è presente un'altra delle attrici del cuore di Dolan, Suzanne Clément. Laurence Anyways indaga la scelta di una persona di cambiare sesso e soprattutto quanto questo influenza gli altri e l'ambiente circostante, in particolar modo la ragazza di Laurence che cerca di stargli(le) vicino ma non sarà così facile come si può pensare all'inizio. 
Tom à la ferme è il film che ho fatto più fatica ad amare di Xavier. Stupendo come solito lui (anche biondo), interessante il clima di tensione che c'è per tutto il film, quel senso di mancamento, di macabro, di un colpo di scena pronto ad esplodere. Insomma, Xavier Dolan è uno che non ha mai avuto paura di dire la sua, di mettere in scena (e mettersi in scena soprattutto) in ruoli difficili, socialmente scomodi. Lo si percepisce in ogni suo film, sin dagli esordi, ma lo si comprende del tutto, forse, solo in Mommy.

Di Mommy, al contrario di tutti gli altri film di Dolan, hanno parlato tutti. Cani e porci e pure pulcini. C'è stato un momento dove avrei voluto andare in giro con un cartello "Guardate che Xavier Dolan è sempre stato bravo, lo è da almeno 5 anni non è propriamente nato cinematograficamente con Mommy" ma tant'é. Mommy per me ha rappresentato il senso dell'amicizia, non solo perché ho letteralmente trascinato un amico al cinema, del tutto ignaro di chi fosse Xavier Dolan, ma perché tutto Dolan per me rappresenta l'amicizia. (Ora si capisce l'introduzione, vero?). L'arte è bella se condivisa? Probabilmente sì, probabilmente acquista un senso nuovo e diverso, rappresenta un legame. E poi imparare a conoscere il mondo di Xavier Dolan è sempre una gran esperienza extrasensoriale. 

Di Mommy si è già detto tutto. E' un film mostruoso, è un film che non ti lascia respirare. Ci sono scene non necessarie, scene che si sarebbero potute svolgere diversamente ma la potenza visiva di Mommy è unica. La forza delle immagini e il carico emotivo di alcune scene (Vivo per lei; la prima cena con Die, Kyla e Steve; la corsa di Steve per strada, giusto per citarne alcune...). La senti nello stomaco la voglia di vivere intensamente di Steve, Antoine Olivier Pilon, scoperto da Xavier durante le riprese di College Boy, videoclip degli Indochine. La senti nella testa la mancanza di equilibrio di Steve ma in generale di tutti i personaggi presenti nel film. Lo senti nelle ossa  il senso di perdita, perché i personaggi di Xavier Dolan non sono mai dei vincitori. 

Per il film dell'affermazione Xavier Dolan non si dimentica delle sue due donne: Anne Dorval e Suzanne Clément. La prima magnifica nella rappresentazione di Die, la madre di Steve che si trova a dover gestire un adolescente in grado di passare in un attimo dalla simpatia contagiosa fino a diventare, l'attimo dopo, pericoloso per sé e per gli altri. Suzanne Clément invece ha un ruolo scomodo e al contempo interessante: quello della vicina che impara a conoscere un mondo per lei del tutto nuovo, un mondo composto da Die e Steve. 

Xavier Dolan regala un film che fa riflettere, forse troppo. Non si esce dalla sala con lo stesso carico emotivo di quando si è entrati; si superano i gradini verso l'uscita del cinema con un senso di pesantezza addosso e un dolore viscerale. Perché scegliere non è mai facile. 
Ci sarebbe tanto da dire, dal formato 1:1 che entra dentro i personaggi senza lasciare spazio a dettagli superflui, che dona profondità agli attori e alla storia stessa, passando alla famigerata legge S-14. Xavier Dolan indaga nuovamente il rapporto fra madre e figlio da un'angolazione diversa rispetto al passato. Xavier Dolan racconta una scelta, senza avere minimamente la presunzione di esprimere un giudizio. Voi, al posto di Die cosa avreste fatto? Sembra essere questa la domanda che compare nell'ultima inquadratura di Mommy.  Un quesito che va oltre il film, va oltre la capacità di Xavier Dolan di mettere in scena storie problematiche.

Ormai è certo, di Xavier Dolan se ne sentirà parlare ancora, ancora e ancora. C'è già nell'aria il progetto con Jessica Chastain, la scelta di attori più internazionali, della lingua inglese, di una ovvia apertura ad un mercato più ampio.... eppure quel senso indie e finemente hipster (sì dai si può dire hipster) di Xavier Dolan manca già.

"Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano". 



domenica 25 gennaio 2015

Una settimana stranamente ricca di visioni cinematografiche (e non sempre e solo telefilmiche) anche se per la mia nuova cotta seriale del momento vanno spese due parole: Mozart in the Jungle. Recuperatelo tutti, tutto, sono 10 puntate da una ventina di minuti ciascuna. Merita tantissimo e Amazon ancora una volta ha fatto centro. E Gael García Bernal è di una goliardia davvero divertente. E' perfetto nel ruolo del Maestro, è trascinante. Saranno 20 minuti ben spesi, lo prometto.

Ma passiamo ai film visti... Sto cercando di fare i compiti a casa ed arrivare preparata agli Oscar, almeno per un anno. Sono aperte le scommesse se mai riuscirò a recuperare tutto entro il fatidico 22 Febbraio.


BIRDMAN

Non sono una fan di Alejandro González Iñárritu. Ho visto giusto Babel e 21 Grammi, che all'epoca ricordo mi aveva gasato parecchio ma non è di certo uno dei miei registi del cuore. Beh, dopo Birdman lo potrebbe tranquillamente diventare. Il cast della madonna quale Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts conta ben poco. Siamo abituati a filmoni con un cast stellare sulla carta che crollano miseramente durante la visione del film (American Hustle, ti ricordo ancora bene purtroppo). La miglior qualità di Birdman è una idea sottostante a dir poco geniale e una trama articolata senza risultare però eccessivamente complessa. E' facile seguire Birdman nei suoi dialoghi, nella sua regia sublime. Si rimane incollati allo schermo e viene solo voglia di applaudire per lunghi minuti a scena aperta. Ho adorato alla follia i dialoghi di Birdman.

Ieri durante la visione ero talmente immersa nel film che ho anche confuso, su Twitter, Emma Stone con Emma Watson ma nella mia mente la Stone era davvero molto chiara e la Watson, ahimè, non c'entrava nulla. Interpretazione sofferta, emotiva, sorprendente della Stone. Emma la seguo con interesse ma anche per lei, come per Iñárritu, non ho mai pensato di vendere i parenti. Dopo questo film ci potrei seriamente pensare. Adorabile anche il suo look e quegli occhioni enormi (ma ha sempre avuto occhi così grandi la Stone?).... Infine, che Michael Keaton ed Edward Norton fossero degli ottimi attori non ci sono mai stati dubbi ma in Birdman tutto viene esaltato alla massima potenza. Soprattutto nella parte finale del film. Soprattutto nelle scene finali. Ho letto che molti non hanno approvato il finale che ovviamente non svelo perché è una delle parti migliori del film (IMHO), ma ecco. Quale altro finale poteva risultare così giusto? Così in linea con lo spirito del film? Secondo me nessuno. Il finale perfetto per la pellicola.

Per curiosità ha googlato i giudizi da parte delle grandi testate cinematografiche (o presunte tali) su Birdman... 3 stellette, 3 e mezzo e sono piuttosto rimasta basita. O io ho visto un altro film o non ci siamo. Non voglio svelare troppo del film, non voglio addentrarmi in un'analisi psicologica anche perché in realtà mi sembrerebbe quasi di sporcarlo, di aggiungere parole dove non c'è necessità. Basti dire che Birdman è un film attuale, psicologico, introspettivo, dove i legami, il teatro e il potere pericoloso dei social network si legano profondamente. Ho amato quei piani sequenza ripetuti, la colonna sonora minimale nel suo particolare jazz, il viaggio nella mente dell'attore, all'interno delle ossessioni, delle manie e soprattutto delle paure. Perché alla fine, anche dopo uno spettacolo, anche dopo la fama, il senso di solitudine non ti abbandona mai. Quanto contiamo in realtà per gli altri? Quanto contiamo per noi stessi? Farsi queste domande fa paura, fa molta paura. E' un film sperimentale, innovativo, intimista, che non ha timore di mettere in luce le debolezze e le contraddizioni dell'essere umano ma anzi, sono questi i punti solidi e forti del film.

Siamo solo a fine Gennaio e non si può parlare di film dell'anno ma per me, almeno per ora, lo è. Voto: 9.



THE IMITATION GAME

Passiamo invece alle delusioni (mezza delusione) della settimana. The Imitation Game me lo aspettavo davvero molto meglio. Forse sono partita super motivata verso Benedict Cumberbatch e particolarmente positiva verso i film biografici (visto l'innamoramento attuale per La Teoria del Tutto). Perché The Imitation Game non ha funzionato? Bella domanda a cui mi piacerebbe avere una risposta... mi è sembrato un buon compitino portato a casa e nulla di più. Ho apprezzato molto il rispetto della pellicola per Alan Turing, ho amato il modo in cui Benedict lo ha interpretato, ho adorato il fatto di non indagare maggiormente sugli aspetti dell'omosessualità e della morte. L'ho trovato un film profondamente rispettoso della figura di Turing. Delicato. 

Detto questo però la pellicola non mi ha emozionata, neanche per un minuto. Complice anche forse l'antipatia verso Keira Knightley che, secondo me, non è stata per niente capace di portare sulla scena Joan. Joan è un personaggio chiave, nel film non si è avvertito ciò. Si avvertiva con tanta immaginazione, caricando la performance della Keira e immaginando un modo migliore di portare in scena Joan ma questo non basta. Non mi emozionava il suo cercare di capire un personaggio come Alan, non mi emozionava il suo modo di rapportarsi con Turing. Un film salvato dall'ottima prova di Benedict, che si è rivelato ancora una volta superbo, ma pretendevo lacrime che sgorgavano come fontanelle e invece non ci sono state... Peccato. Un vero peccato. Voto: 6.



AMERICAN SNIPER 

Ultimamente ho trovato un nuovo passatempo preferito. Quando qualcosa non mi va a genio la frase perfetta è: "E' quasi brutto come American Sniper". Insomma le 6 nomination agli Oscar sono un insulto e su questo non si discute. Se The Imitation Game non raggiunge i risultati sperati ma comunque è una pellicola di tutto rispetto American Sniper davvero, non lo è. Non ci si avvicina neanche, con tanta immaginazione. Siamo al 3° biopic visto e stiamo andando sempre peggio, non oso pensare a cosa mi attenderà per Big Eyes.

Le prime decine di minuti si passano a capire cosa abbia di strano Bradley Cooper... è senza barba! Poi fortunatamente la barba cresce e tutto è più rassicurante. A parte questa nota di dubbio conto, altra nota di dubbio interesse... Sienna Miller perché non sei bionda? Insomma, se non sapete già che nel film c'è Sienna Miller con un ruolo da co-protagonista, ecco non la riconoscerete mai. Sienna generalmente mi è simpatica a pelle, la trovo sempre carina e a modo. Qui sembra sia una cagna maledetta e ti viene voglia di prenderla per i bruni capelli e attaccarla al lampadario del soggiorno. Anche qui, come con Bradley, non si ottiene il risultato sperato e già non ci siamo.

Sulla parte della guerra e dell'addestramento non spendo parole. Non sono afferrata sui film di guerra quindi non sono in grado di dire se è stata messa in campo bene o male, in modo delicato o sofferto. Sta di fatto che mentre vedevo American Sniper ho giusto fatto quelle 200 cose rimaste in sospeso nel corso della settimana. Dopo aver identificato Bradley Cooper con la barba e Sienna Miller bruna, il tutto è stato una noia profonda. Mi dispiace veramente per Clint che generalmente porta in scena film intelligenti ma American Sniper, oltre ad essere recitato maluccio, è incongruente, è noioso, è così patriottico da risultare aberrante. Fra l'altro povero Clint, manco una nomination agli Oscar. Sei nomination praticamente inutili (e totalmente insensate) e lui neanche una povera nomination (che non avrebbe mai vinto ma almeno sarebbe stata una magra consolazione). 

Voglio spendere due righe sul bambolotto comprato a costo 2 euro dai cinesi. Come si vede dalla gif (ed è palese nel film!), Bradley si coccola vistosamente un bambolotto finto, fintissimo. Ora, va bene tutto, va bene il budget, va bene i bambini finti così non sono da cambiare, non piangono e non creano problemi ma seriously?! Per un film candidato all'Oscar mi mettete un bambolotto finto che più finto non si può? Non so se ridere, incazzarmi o piangere disperata. 

Cosa mi è piaciuto del film? Cosa salvo? Niente. Davvero niente. Come l'eroe americano è stato esaltato non mi è piaciuto per nulla, patriottico in maniera sbagliata, un film che non ha né capo né coda, che ha perso qualsiasi inizio e fine, non c'è un filo narrativo, non c'è una rilettura interessante e intensa del personaggio di Chris Kyle. Da una parte, viene da dire, meno male che il vero Chris Kyle si è potuto risparmiare questo scempio. Rivoglio 2 ore e 14 minuti. 




 


domenica 18 gennaio 2015


Questo 2015 è nato con almeno due propositi: vedere più film e leggere più libri. Siamo solo al 18 Gennaio quindi non si può dire già di essere a buon punto ma... se le sorprese sono così inaspettate e piacevoli come La Teoria del Tutto e Cercando Alaska... beh allora vale il prezzo del biglietto impegnarmi di più sul fronte film e libri.

The Theory of Everything - La Teoria del Tutto

Non sono una che tiene particolarmente ai titoli originali ma adoro il suono del titolo del film in inglese: The Theory of Everything, tutto suona così immenso, così maestoso. La trama la risparmio perché come sempre esiste Wikipedia. Sono entrata in sala del tutto naif sull'argomento. Sapevo solo a grandi linee chi sia e cosa abbia fatto Stephen Hawking e niente di più. Il film mi ha sorpresa a 360° gradi. Emozionante, toccante, profondo.  

The Theory of Everything è la storia (o meglio parte della storia) di un genio brillante e coraggioso. Un film che sfiora diversi temi fondamentali della vita: l'amore, la malattia, la morte eppure non si addentra nello specifico in una tematica ma si muove sottile fra la mente e la voglia di scoperta di Stephen Hawking e un po' ci si innamora delle sue teorie. Del suo bisogno di cercare un'unica formula in grado di spiegare il tutto. Bravissimi, davvero da applausi (e da Oscar), i due attori protagonisti; sia Eddie Redmayne sia Felicity Jones che per me erano un "chiiii?" esclamato con tanto di sopracciglia a punto di domanda prima della visione del film. Sono gli anni '60 e sono anni affascinati, sia come atmosfera che come abiti. L'incontro fra Stephen Hawking e Jane Wilde è come un cuscino quando hai sonno e non sai dove appoggiare la testa. Il proseguo è zucchero puro, ma ben presto Hawking scopre la sua malattia. Una malattia che gli permetterà di trascorrere solo 2 anni di vita... In realtà saranno molti molti di più. 

La Teoria del Tutto in pillole:
- Voto: 8. Sono uscita dalla sala piangendo sommessamente, nascondendomi sotto kg di sciarpa. A quanto pare ero l'unica commossa e ciò mi ha resto un tantino incazzata verso il genere umano. La Teoria del Tutto mi ha lasciato un macigno in gola per almeno una manciata di ore successive dalla visione. Mi ha lasciato la voglia di leggere "Verso l'infinito" e di scoprire meglio, molto meglio, il mondo di Stephen Hawking. 

- Pro: Felicity Jones e Eddie Redmayne, due sconosciuti che hanno conquistato un pezzetto del mio cuore. Lei bellissima, adattissima per il ruolo, ha saputo dimostrare la sua forza, la sua volontà ma anche le debolezze di una vita dove sulle sue spalle pesa una famiglia "non normale". Eddie Redmayne ha fatto un lavoro su di sé strepitoso. Il modo in cui la malattia ha inciso sul suo corpo, sui movimenti, sulla distorsione dei muscoli. Magnifico. Altro aspetto che mi è piaciuto: il film non si crogiola su se stesso, non perde tempo, va veloce, e seppur le tematiche non siano sempre felici, il film, al termine, risulta comunque positivo.

- Contro: sembrerà una banalità ma... potevano invecchiare un po' di più Felicity Jones. Alla fine sono passati vent'anni e più (guardando i bambini che sono diventati adolescenti) e lei sembra ancora avere vent'anni, massimo trent'anni. Secondo me un trucco in grado di invecchiare di più i due protagonisti sarebbe stato doveroso. Probabilmente è un semplice dettaglio che però a me ha pesato molto, soprattutto durante la visione del film. Avrei preferito che i segni del tempo, così come la fatica e il dolore, pesassero di più sui due protagonisti. Altro aspetto che mi ha suscitato qualche perplessità... Nascono 3 figli, la relazione fra loro è inizialmente molto forte, poi non più, c'è l'inserimento di due personaggi importanti come Jonathan e Elaine eppure questi aspetti non sono approfonditi. Io, personalmente, avrei apprezzato anche magari una mezz'oretta in più nel minutaggio del film ma un approfondimento migliore di questi aspetti. Va bene che non era (solo) il film sulla vita privata e amorosa di Hawking ma quando si inseriscono dei personaggi chiave ho sempre la mania di sapere tutto, altrimenti mi mancano dei pezzi. E la mia mania di precisione non è del tutto soddisfatta. 

Detto questo, spero che La Teoria del Tutto faccia una scorpacciata di Oscar, se li merita tutti. 

Looking for Alaska - Cercando Alaska

Ho letto "Cercando Alaska" spinta da un 4 stelle su 5 di un'amica dai gusti affidabili e grazie ad una copertina bellissima. Sì, sono una di quelle che compra un libro (quasi) anche solo per una copertina di mio gusto.  Looking for Alaska è il primo romanzo di John Green, quello di Colpa delle Stelle tanto per capirci. E' un libro per ragazzi quindi ha uno stile adolescenziale ma nel senso buono, secondo me, del termine. 

Cercando Alaska è la storia di un primo amore, di una ragazza instabile ma estremamente affascinante. Non è un libro di cui si apprezza particolarmente una scrittura elevata, è tutto molto semplice ma allo stesso tempo efficace. Peccato per il proseguo di John Green, ma Cercando Alaska è un romanzo che certamente colpirà una fascia d'età ben precisa, quella degli adolescenti, ma sarà in grado di commuovere anche chi non è più tale, come la sottoscritta, ma che si ricorda ancora bene quei tempi. 

Cercando Alaska in pillole:
- Voto: 8 1/2. I personaggi di Cercando Alaska sono meravigliosi. Miles è adorabile nella sua insicurezza, è un ragazzo comune che si trova alle prese con una forza della natura quale è Alaska. Durante il libro si ama e si odia Alaska Young ma è lei la protagonista assoluta del libro. Altra menzione d'onore per il Colonnello, un amico che "serve". L'amico di cui tutti hanno bisogno. I personaggi di Cercando Alaska sono comuni, sono in mezzo a tutti noi, e per questo risultano essere il miglior pregio del libro.

- Pro: oltre ai personaggi, di cui mi sono già dilungata in doverose lodi, Cercando Alaska è un libro che si legge facilmente (ma non per questo è scritto in maniera banale). Particolare la scelta delle ultime parole famose che comunque rivestono un'importanza sostanziale all'interno della narrazione. Si legge bene, si legge veloce, si vuole arrivare alla fine il più presto possibile, spinti da una curiosità sempre ben vivace.

- Contro: John Green aveva un futuro enorme davanti e si è perso. Colpa delle stelle non lo voglio manco vedere per sbaglio (e neppure sentirlo nominare). Sono contenta che alla fine di tutti i presunti accordi di Cercando Alaska non si è fatto un film... E' un libro che tradotto in pellicola risulterebbe solo l'ennesimo successone per ragazzini. Si perderebbe l'affascinante visione con cui ognuno di noi immagina Alaska, immagina come Miles guarda Alaska, come il Colonnello prende le redini delle decisioni del gruppo, come Alaska, Miles, il Colonnello e gli altri personaggi passano le giornate intere insieme... Cercando Alaska è meraviglioso così. Non c'è bisogno di un film. L'altro contro, che poi in realtà non è neanche tale, è che comunque resta un libro adolescenziale e non si può smuovere da quel segmento. Ma se tutti i libri "per ragazzi" fossero così, ben venga. Ci vorrebbero più "Cercando Alaska".


giovedì 8 gennaio 2015

Ci sono cose che non possono essere descritte, non subito almeno. Non vanno raccontate perché sarebbe come sminuirle, sarebbe come soffocare le emozioni che suscitano a primo impatto. L'attesa, la gioia, quel colpo al cuore. Una di queste "cose" è la musica. Una di queste "cose" sono i Verdena. Ci sarà tempo per le recensioni, per metabolizzare il disco, per amarlo, criticarlo, ascoltarlo. Ci sarà spazio per tutto questo nei prossimi mesi. Ora però è solo il momento per dire bentornati, ci eravate mancati tantissimo. E se Endkadenz Vol.1 suona come "Un po' esageri", a me va benissimo questo assaggio.

Per chi si vuole saltare l'introduzione minuto 8.00 circa, anteprima di Un po' esageri.


 



domenica 8 giugno 2014

In realtà volevo scrivere un post sulle prime sette puntate della stagione finale di Mad Men ma al momento non saprei scrivere nient'altro se non "Matthew Weiner sei un fottutissimo genio" quindi facciamo che con calma me le riguardo e ritorno a fare un'analisi con un minimo di gusto. Qualche aggiornamento random e poi passo al cuore di questo post che è "Perché Davidino non hai fatto 2500 stagioni di Doctor Who?"


E' iniziata una serie che promette bene e non per nulla è targata AMC. Mad Men mi leggi? Molti magazine oltreoceano l'hanno già paragonata al grande capolavoro della rete ma... attenzione. Mad Men ha una scrittura che purtroppo non sarà raggiungibile facilmente quindi smettiamola now di urlare al capolavoro e prendiamola con le pinze. Se togliamo una decina di somiglianze e soprattutto ci si toglie Mad Men dalla mente (ok, questo è un problema mio) Halt and Catch Fire non sembra malaccio. Riassuntone del riassunto: narra della rivoluzione informatica, anni Ottanta. Sembra una serie tv ben fatta, c'ha del potenziale e c'è Mackenzie Davis (che pare la sorella giovane di Robin Wright in HOC) che al momento è il lato più interessante. Ho visto solo il pilot quindi ovviamente 50 minuti non bastano per decretare il successo o la disfatta ma in periodi di magra come questi, dove la cosa più bella sono i ritorni dello scorso anno (In The Flesh, Vikings (che però è già finito assieme a The Americans), Orange is the new black, Orphan Black e altri ancora che al momento non ricordo), Halt and Catch Fire quanto meno fa alzare il livello di attenzione dalla soglia "cestino" a "guardiamolo". 

********************************************************



Bene, passiamo a Doctor Who

In realtà io il Dottore l'ho scoperto solo recentemente, sarà stato un annetto fa, mese in più mese in meno. Non che non ne avessi mai sentito parlare ma la fantascienza l'ho sempre presa a piccole dosi ed ero ancora scottata da Fringe che, non c'entra assolutamente nulla con Doctor Who, ma era la mia serie tv di fantascienza del cuoricino. Quindi non ero mai stata spinta da un profondissimo interesse nel guardarla. Fortunatamente esiste il Condominio ed esiste Twitter.

Doctor Who è una serie tv immensa. Non solo perché ha una storia importante e poderosa che tutti sanno (o per lo meno c'è la spiegazione su Wikipedia) che fluttua fra la serie classica e la nuova serie. Una storia, televisivamente parlando, molto originale. Ho iniziato spinta dal Condominio a vedere il Dottore (ovviamente partendo dalla serie nuova che già sono una lumaca così) all'incirca un annetto fa (almeno penso, io e le tempistiche non siamo mai diventate amiche per la pelle) e all'inizio si ha difficoltà ad entrare nel mondo del dottore. Perché una serie tv così, non c'è nulla da fare, non l'hai mai vista. C'è una bionda dal sorrisone che durante le prime puntate ti fa alzare il sopracciglio ma poi entra nelle tue "grazie" perché diventerà la prima companion del Dottore e poi ci sono effetti che ti viene voglia di fare una donazione alla produzione, affinché quegli obbrobri siano migliorati subito... ma.... in qualche modo, anche se è difficile il primo approccio, ci si innamora lentamente e nello stesso tempo velocemente della Prima Stagione di Doctor Who! Probabilmente molte cose non sono ancora chiare, sai che ti stai avventurando in un mondo complesso e sei solo all'inizio ma già con la prima stagione s'inizia a scorgere delle finestre a cui aggrapparsi, delle finestre che ti viene voglia di spalancare subito ma sai che invece dovrai pazientare. 

Preciso che il mio commento su Doctor Who è tutto di "pancia" come direbbe la Ventura (citazione colta). Non ci provo neanche a fare un'analisi più o meno oggettiva di un prodotto che è stato studiato e discusso da tutti perché, Doctor Who rappresenta la storia televisiva inglese che lo erge come una serie tv speciale, a cui è difficile e nello stesso tempo facile approcciarsi. La domanda numero 1 è: "Se ti piace così tanto perché c'hai messo mesi per vedere 4 stagioni?". Il Dottore è un prodotto molto molto complesso e da trattare con una dose di rispetto e reverenza, secondo me, bisogna avere il giusto mood e il giusto stato morale per vederlo. Dopo una giornata di lavoro, quando hai bisogno di staccare il cervello, c'è bisogno di una serie tv cuscinetto, una di quelle che "anche se ti perdi 10 minuti perché ti addormenti non succede niente, tanto la storia la capisci". Del Dottore non ci si può perdere un nanosecondo e, ogni tanto, anche se hai seguito tutto alla perfezione, ci sono alcuni tasselli che mancano comunque, perché verranno riempiti successivamente ma tu sei lì a pensare "ma io perché questo particolare non lo so ancora?". 

Doctor Who è una serie maestosa. Probabilmente non esiste un prodotto televisivo così immenso, anche perché definirla semplicemente serie tv probabilmente è molto limitativo. Ci vuole testa, tempo, e una buona dose di fazzoletti di carta e di peluche per vedere Doctor Who, non solo quando arriva David Tennant nella sua splendida interpretazione del decimo dottore, ma anche per tutte le companion, tutti i personaggi che compaiono e ti fanno affezionare immediatamente. E' una serie tv che va vista, almeno una volta nella vita. 

Io come solito sono arrivata in ritardo e con Doctor Who ho fatto un casino senza precedenti. Tutto sommato è straniante vedere una stagione a così tanti anni di distanza dalla trasmissione. Perché si nota che la serie ha i suoi annetti sulle spalle ma diventi parte di un "recupero" che non è vissuto solo in prima persona. C'è anche da dire che David Tennant io non l'ho conosciuto con il Dottore come la stragrande maggioranza delle persone quindi vederlo nella sua prova più alta è stato pura bellezza ed inutile dire mi ha elevato ancor più a fangirl spietata. Giunta alla fine (degli speciali) della quarta stagione, la rigenerazione con il mascellone è stata un colpo al cuore (Sorry, Matt Smith, so che troverai il modo di farti voler bene pure tu). Ovviamente ero ben spoilerata a dovere, sapevo già tutto, ma la separazione fa comunque male. Malissimo. Rivedi le companion, da Rose a Martha, senza dimenticare Donna e il nonno e ti viene voglia di abbracciarli assieme a Ten, che sai che non si scorderà facilmente. 

Christopher Eccleston, seppur per una sola stagione, è riuscito nell'impresa di "introdurre" Doctor Who anche grazie a Rose Tyler che non è la mia companion preferita ma Rose è Rose. E' la prima companion, è quella che strappa il cuoricino dei Dottori, è quella con il sorriso a 450 denti che ti fa empatizzare con lei. Oddio, ci sono un paio di puntate dove la prenderesti volentieri a testate ma Ten e Rose sono fra i momenti più belli di Doctor Who. Nella prima stagione poi compaiono i Dalek e anche se è subito evidente che sono esseri da odiare in realtà sono bellissimi, sono così diabolici che si adorano. A pelle. Immediatamente. Sono geniali. 

La seconda stagione vede la comparsa di David Tennant e... qua c'è poco da fare. Il Dottore è lui. Davidino si adora a pelle. E' perfetto, in qualsiasi momento, in qualsiasi lotta che deve affrontare, in qualsiasi puntata. Il Dottore e Rose insieme sono belli da togliere il fiato, Doomsday è una puntata proprio "fisicamente" straziante. Doomsday è un capolavoro, è fino ad ora il finale più bello di Doctor Who e i Daleks vs Cybermen non si dimenticano facilmente, anzi. C'è il dialogo più bello di Doctor Who, per me. E' una puntata che spacca il cuore eppure va applaudita per la sua grandiosità.


Per fortuna arriva Martha che, teoricamente, sarebbe da odiare, subito, perché negli occhi c'è ancora Rose, invece Martha Jones a me è piaciuta immediatamente. E' forte quando Ten è ancora in lutto per Rose, Martha è cazzuta, fragile, intelligente, furba per entrambi. Quando mi sono approcciata a Doctor Who, leggendo qui e là e spoilerandomi le parti più belle non avevo mai letto di Martha e secondo me è un peccato. E' probabilmente la companion più sottovalutata eppure Martha Jones è stata fantastica, è stata un personaggio che ha portato una ventata di positività all'interno di un momento piuttosto cupo di Doctor Who. Non era facile superare Rose eppure Martha non si è mai messa in competizione, è andata per la sua strada, cercando di vivere al meglio il periodo con il Doctor e anche quando se ne è andata l'ha fatto con una classe irraggiungibile. 


Nella terza stagione c'è la mia puntata preferita, fino ad ora, di Doctor Who, ossia Blink. I weeping angels fanno una paura fottuta ma sono così poetici da strappare il cuoricino. Aggiungici una giovanissima (e sempre brava) Carey Mulligan e il risultato è un episodio molto particolare, che si allontana dai classici episodi di Doctor Who. "Don't blink. Blink and you're dead. Don't turn your back. Don't look away. And don't blink. Good luck". Decidere il capolavoro dei capolavori fra Doomsday e Blink non è facile.

Dopo un finale strano dove Martha ancora una volta si dimostra la companion più intelligente e positiva, la quarta inizia con Partners in Crime che è la terza mia puntata preferita di Doctor Who assieme a Dalek (Prima Stagione. Il primo incontro con i daleks non si scorda facilmente). Sto cercando un termine meno bimbominchioso per definire la prima puntata della quarta stagione ma niente è così emblematico come "puccioso". Gli adipose strappano il cuoricino di tenerezza. Dopo i weeping angels sono le mie creature preferite fino ad ora. Terzo posto dedicato agli Ood che trasudano malinconia da tutti i pori. Gli adipose sono così teneri che ogni tanto vale la pena di riguardare la puntata anche solo farsi invadere dalla tenerezza. Poi è la puntata con l'incontro fra Donna e il Dottore. Una puntata così bella e positiva va ricordata proprio perché non si porta il dolore di Doomsday o quel senso di inquietudine che porta con sé Blink, è complementare.


Donna è la companion che meglio si adatta al Decimo Dottore. Insieme sono perfetti anche perché Ten è più disponibile verso di lei. Martha purtroppo si portava inevitabilmente il peso del retaggio di Rose. Non che Ten abbia mai in realtà dimenticato Rose ma con Donna è già più "pronto" ad avere una companion al suo fianco. Donna è fighissima, percula il Dottore, è spavalda, non ha paura di niente, si mette sempre in competizione con il Dottore anche quando lei è un'umana che potrebbe morire in un nanosecondo anche se, ogni volta, t'uccide dentro il fatto che lei non ricordi il Dottore. Per vedere la quarta stagione di Doctor Who mi ci sono voluti all'incirca 4/5 mesi, forse di più. Durante gli speciali fra la quarta stagione e la quinta sapevo benissimo che David Tennant mi avrebbe salutata inevitabilmente e non ero assolutamente pronta a ciò. In realtà non lo ero neanche oggi ma prima o poi si dovrà pur arrivare alla fine, no? Quindi mi sono armata di peluche, cioccolata e gelato e ho affrontato le puntate conclusive. 

A parte "Ciao nonno di Donna, mi sei mancato tantissimo" mi aspettavo meglio *qui partono gli insulti*. Nel senso che la puntata (anzi le due puntate) avrebbero potuto essere molto più emotive secondo me, invece tutto sommato è abbastanza contenuta la tragedia finale. Cercano di avvicinarti alla fine portandoti su un cavallo bianco, non ti buttano da un aereo in corsa senza paracadute. Però gli ultimi 15 minuti finali di The End of Time sono un supplizio, ci si ritrova a singhiozzare platealmente manco fosse morto il gatto. Ten che "rivive" le sue companion e i personaggi che hanno fatto parte della sua storia è un momento da inserire fra quelli "da ricordare" di Doctor Who. 

Are you ready per la Quinta Stagione?
Io no ma ci proverò. Prima o poi. 



domenica 25 maggio 2014


Perché Cannes, è sempre Cannes! Iniziamo con il dire che in questo post non si parlerà di cinema in quanto noi poveri mortali non abbiamo ancora potuto vedere una cippa di quanto proposto al Festival di Cannes 2014. Oddio, qualcosa è già uscito nelle sale italiane ma si sa, la sottoscritta recupera i film almeno 10 anni dopo dalla loro uscita. Leggasi: sulle uscite cinematografiche sono pressoché poco utile. Modalità tartaruga nei recuperi sempre attiva. Per un motivo troppo lungo da spiegare ho tifato (leggersi fangirlato spassionatamente) per la vittoria di Xavier Dolan. Regista che suscita sempre crisi esistenziali, visto che a 25 anni ha già una lunga lunga lunga e promettente carriera. Insomma uno che ti fa suscitare qualche domanda sulle priorità della propria vita.

Passiamo all'argomento del post ossia agli abiti e soprattutto le oscenità sfoggiate sul red carpet. Quest'anno devo ammettere che le star si sono vestite di buon gusto e non so quale Dio le abbia consigliate abbastanza bene. Ma, fortunatamente per noi, qualche obbrobrio da red carpet si è manifestato comunque.

GLI ABITI DA "RUBARE" IMMEDIATAMENTE, ALMENO CON LA FANTASIA

Bellissime soprattutto 3 grandi dame: Blake Lively sempre costantemente presente come una zanzara (ma molto, molto chic), Jessica Chastain che ha sfoggiato tre abiti da sogno ma attenzione al vento che scopre tutto ed infine menzione d'onore per Uma Thurman con un abito giallo giallissimo che avrebbe fatto impallidire anche un albero di limoni ma alla Uma donava proprio. 

Quindi i gradini del podio per i migliori abiti sono già stabiliti:


1) Blake Lively: quattro outfit davvero da sogno. Difficile scegliere il migliore ma voto l'abito numero 2, leggermente superiore del 4 che faceva molto effetto principessa ma forse un po' troppo-qualcosa ma senza essere pomposo visto che le linee erano molto decise e pulite. Gli stilisti che hanno vestito la fortunata moglie di Ryan Reynolds sono (sempre in ordine, che la precisione è una cosa importante nella vita): Chanel Couture, Gucci, Giambattista Valli Haute Couture e Gucci. Insomma 3 maison di poveracci, roba che era difficile sbagliare abito anche ad occhi chiusi. Abito preferito della sottoscritta, quindi (repetita iuvant), il numero 2, anche merito della splendida trecciona bionda sfoggiata da Blake. Ben fatto, girl.


2) Jessica Chastain: c'è stato un momento in cui sta Jessica è diventata volto noto. E io probabilmente non ero collegata su queste frequenze. Sta di fatto che questo bel visino ha sfoggiato tre abiti molto carini. Con Ellie Saab Couture è difficile sbagliare e l'abito infatti ha mandato in adorazione tutti i fotografi e le fashion blogger (quelle serie ovviamente, non la sottoscritta che lo fa tanto per il gusto di aprire bocca e blaterare). Sto abito viola è talmente bello da far esclamare: "Voglio anche io questo vestito di Ellie Saab". Le occasioni per mostrare al mondo un abito del genere sono moltissime: mentre si va al lavoro il lunedì alle 8.00, mentre si cucina le lasagne la domenica mattina ed infine direi che è ottimo anche per un'oretta di jogging. A parte le idiozie, vestito magnifico da indossare solo ed unicamente in eventi del genere, per gente che può. Secondo abito blu, blu, blu come il profondo mare firmato Atelier Versace, spacco vistoso e meraviglioso per la carnagione di Jessica che a quanto pare ama molto i vampiri. Al photocall di "The Disappearance Eleanor Rigby" Jessica ha sfoggiato delle scarpette abbastanza inguardabili per i miei gusti ma abito davvero carino. L'abitino corto che vi fa esclamare: "Questo lo posso trovare in versione farlocca da H&M" in realtà è firmato Alexander McQueen. Abito preferito ovviamente l'1.... Perché sognare è sempre bello.

3) Uma Thurman: si è palesata al Festival di Cannes solo sul finire ma... che stile! La Uma ha sfoggiato uno scollatissimo abito che fa molto "7 veli e anche di più" giallo, giallo, giallo e che più giallo di così non poteva essere. Atelier Versace ancora una volta vince e stupisce, certo quando la "materia prima" è Uma Thurman magari anche un sacco di juta sarebbe risultato una figata, ma.... I don't care. Abito ancor più meraviglioso quello mostrato da Uma per la cerimonia finale (e conseguente red carpet). Marchesa propone un vestito cucito su Uma Thurman e con molti particolari interessanti (Vedere foto qui sotto gentilmente rubata a: http://thefashion-court.com/tag/cannes-2014/). Il particolare non è Tarantino che fa il provolone ma tutto l'intaglio del vestito (si potrà dire intaglio per un vestito?!?). Abito preferito il numero 2 perché l'1 davvero starebbe bene solo ad una come Uma Thurman, quindi meglio mantenere un minimo di piedi saldi a terra.... Ma anche il bianco non è mai una scelta troppo facile, anzi. Si tratta di scelte difficili, signori.


GLI ABITI DA DIMENTICARE IMMEDIATAMENTE, PER EVITARE INCUBI 

Dopo aver sognato con questi meravigliosi vestiti... Passiamo alle oscenità.

 

1° Irina Shaky: Per un giallo riuscito bene, ecco un giallo riuscito male. Irina Shayk sbaglia tutto e con lei Atelier Versace (ma che cosa mi combini?!). Dal cappuccio in testa passando per questa gonna-coda-tuttascosciata fino al corpetto sotto orrendo. Non c'è una cosa che vada in questo abito e se non va indossato da una top model... è tutto dire! 


2° Freida Pinto: Freida Pinto a quanto pare voleva occupare tutto il red carpet. Il vestito è firmato Oscar de la Renta. Non saprei da dove partire nella critica, mi sembra di sparare sulla Croce Rossa. Pomposo in modo sbagliato, già era esagerato di suo, ci mancavano pure gli orpeggi e le decorazioni. NB: L'abito è stato riutilizzato come tenda del Teatro alla Scala. Big Big No.


3° Julianne Moore: Julianne Moore sorride con classe vestita in Chanel Couture, ma francamente l'abito è un facepalm. Non è così "struzzoso" come quello della bionda Chloe ma è così "insaccato" che merita una posizione anche peggiore. Julianne, brava e pure di classe, solitamente, ma... Abito Big No.

  

4° Marion Cotillard: Marion Cotillard a me sta molto simpatica, così a pelle, e la trovo anche caruccia. Magari è una stronza inenarrabile ma fa nulla, si sa che fondo la mia esistenza su convinzioni non verificate. Marion ha sfoggiato due abiti francamente osceni a Cannes 2014 ma poi si è riscattata con questo Christian Dior so cute: http://www.becauseiamfabulous.com/wp-content/uploads/Marion-Cotillard-in-Christian-Dior-LHomme-QuOn-Aimait-Trop-2014-Cannes-Film-e1400713832907.jpg Dopo l'abito a bottoni e caramelle che evito di commentare, nella top delle peggiori ci finisce questo abito qui sopra firmato da Dior Couture. Il davanti non era manco malaccio, a parte la coda penzolante. Il dietro è è è... Io non me lo so proprio spiegare.


5° Chloe Grace Moretz: la ragazzina bella è bella ma l'abito piumato, dove è chiaro che uno struzzo è stato spennato... anche no. Chloe, bellezza di mamma, anche Chanel ogni tanto può sbagliare. Non lasciatevi ingannare, Chloe lo porta anche "benino" questo discutibile vestito... ma è davvero un Big No.

Gli abiti di Hofit Golan, Elena Lenina, Valeria Marini, Eva Longoria, Rosario Dawson giusto per citarne solo alcune sono talmente incommentabili e inguardabili che non meritano di essere neanche nella classifica delle peggiori. Bisognerebbe fare una sezione a parte.
Chloë Grace Moretz
Chloë Grace Moretz

martedì 11 marzo 2014


Niente, c'ho provato, ma essere costante non mi riesce proprio. Siamo brevi (plurale maiestatis) che nelle premesse mi ci annego sempre. Ho deciso di ritornare con un post riassuntivo inzuppato di commenti random, non si parla di pilot, non si parla di una serie in particolare, sarà tutto un grande minestrone telefilmico. Random puro ma organizzato. 

Detto questo passiamo alla prima parte di estemporanee random che riguardano... udite udite...

IL 13 APRILE RITORNA MAD MEN

Non sono assolutamente pronta per la prima parte della stagione ma, se dimentico il fatto che sarà l'ultima, non vedo l'ora. Non vedo l'ora di potermi immergere ancora una volta nella pura bellezza telefilmica.



Ma passiamo oltre:

  • Vikings: è ritornato Vikings e le mie bestemmie hanno già raggiunto livelli impensabili. Nelle mie previsioni ideali c'è un post solo su Vikings e solo sulla seconda stagione ma al momento mi viene sono da dire "Lagherta dove sei?! Ritorna per noi!" #TeamLagherta. A parte il momento di fangirlismo puro, Vikings è un ottimo prodotto che fa scatenare reazioni inconsulte.
  • True Detective: ho iniziato l'elenco puntato con Vikings solo per non essere banale (e perché i momenti fangirl hanno sempre la precedenza) ma ovviamente la protagonista degli ultimi mesi può solo essere lei. Non avete ancora visto True Detective? Recuperate 8 puntate che vi faranno tirare fuori dall'armadio tutti i vostri premi trovati nelle patatine da devolvere a Matthew McConaughey, perché un Oscar assolutamente non basta. La qualità mostrata da True Detective al momento non ha eguali (e pochissimi competitors). Da recuperare assolutamente senza lasciarsi annebbiare da una lentezza perfettamente studiata. 
  • House of Cards: siamo alla stagione 2 e Kevin Spacey viene voglia di abbracciarlo come un nonno perfido e cattivo, ma a cui comunque, nonostante tutto, gli si può solo voler bene. HoC si dimostra magnifica, una perla non solo "politica", non solo a livello di trama ma soprattutto (ancora una volta!) per l'interpretazione. Kevin Spacey è il re indiscusso ma un grande uomo ha sempre bisogno di una donna forte al proprio fianco ed ecco una splendida Robin Wright che non sfigura mai accanto a Spacey ma anzi, in alcuni momenti, gli ruba addirittura la scena.
  • Banshee: l'anno scorso Banshee era un guilty pleasure. Era caciarona, goliardica, ironica, semplice. Vedevi Banshee e staccavi il cervello per quei 45 minuti ma la qualità era altrove. Quest'anno Banshee sta sfoggiando una stagione con le contropalle. Certo, non sarà mai una serie tv dove la forza numero 1 su cui puntare è una trama solida. Ma i personaggi di Banshee ti si appiccicano addosso anche se quasi li prenderesti a martellate sui denti. Banshee quest'anno è stata una sorpresa forse ancor più della prima stagione. Ha sfoggiato una regia davvero ottima. Ha sfoggiato una trama sicuramente non complessa ma interessante da seguire. E poi diciamolo, gli scazzottamenti di Banshee sono tra i migliori del panorama telefilmico attuale. 
  • Suits: è ritornato anche Suits (qualche giorno fa) ma posso solo dire di avere belle speranze. Non ho ancora avuto tempo per la sua visione. Suits, non deludermi e soprattutto più Donna, grazie. E magari Donna ed Harvey anche, che non guasta mai.
  • The Americans: la seconda stagione è appena incominciata e già promette grandi cose. Diamogli tempo e nel frattempo vietato il bacon. Imparate da Paige, mai aprire quella porta.  
  • Inside No. 9: la prima puntata non è piaciuta probabilmente solo a me su tutta la faccia della terra ma con la seconda stavo già sacrificando un agnello in nome di questo gioiellino inglese. Mi ricorda tanto il percorso di Utopia lo scorso anno, pur essendo di due generi completamente diversi. Ironia, risate, perplessità, riflessione, c'è genialità in questa serie.  


Purtroppo sarebbe bello che tutte le serie tv fossero come quelle sopra elencate ma invece no. Invece c'è stato molto "rumore" (per essere delicata) in giro in questi mesi, per ora nulla a che vedere con la qualità proposta l'anno scorso (a parte l'eccezione di True Detective). Potete già buttare nel cestino ancor prima della visione: Mixology, Looking, Enlisted, Star Crossed, Black Silas e tanti altri già dimenticati (la lista era molto, molto lunga ma la mia memoria purtroppo no). Una possibilità a Reign va data solo se amate il trash e volete vedere la sosia di Nina Dobrev teenager in azione. Mind Games è ancora un punto di domanda, concediamogli la seconda puntata. Due consigli per "una serata senza troppe pretese": Rake e The Crazy Ones. Regalano qualche sorriso (risata è troppo, non esageriamo) ma tutto il contesto creato è sicuramente piacevole senza essere esaltante. 

Nei prossimi giorni sui piccoli schermi (alcuni sono già andati in onda ma il mio risicato spazio telefilmico ne risente) vedremo: From Dusk Till Dawin, Resurrection, The Red Road, The 100, Believe, Crisis e sento già odore di cestino immediato. Su Believe ho letto così tanti commenti entusiasti che giuro, ho ricontrollato 4 volte la puntata per vedere se era davvero quella reale. Purtroppo lo era. JJ Abrams, io non so quando di preciso tu sia caduto dal seggiolone ma dopo Lost, Revolution, Almost Human, Alcatraz (e tante altre che non nomino solo per decenza) non ti pare di aver già ucciso tutte le speranze degli esseri umani di credere ancora che tu sia in grado di realizzare una serie tv ben fatta? Son sempre più convinta che Fringe in realtà sia stata una idea solo di Alex Kurtzman e Roberto Orci e JJ Abrams si sia incluso perché avanzava spazio nelle info della serie e lo spazio bianco pareva brutto. Altrimenti non si spiegano le cocenti delusioni che Jeffrey Jacob continua a sfornare.

domenica 19 gennaio 2014

Dallas Buyers Club è il film che stavo aspettando da una vita.  


Non sono per nulla ben informata sulla carriera di Matthew McConaughey e, ahimé, mi sono persa il momento in cui è diventato così dannatamente bravo. Però, sono sicuramente meglio informata sulla carriera di Jared Leto che, io sostengo da sempre, dovrebbe dedicarsi maggiormente alla carriera cinematografica. Non per niente due dei miei film preferiti di sempre sono "suoi": Requiem For a Dream e Mr.Nobody. Ma passiamo a Dallas Buyers Club. Non sarà una recensione """professionale""". Non ho né la voglia né le competenze per farlo, anche perché quando si parla di serie tv sono un tantino più informata... sui film vado tutto a sensazione. Mi mancano film cult, mi mancano ultime uscite, recupero i film a casaccio, secondo il mood del momento. Sono praticamente un disastro quando si parla di cinema ma, ogni tanto, ho i momenti di passione pura come questo. 


Iniziamo con il dire che Dallas Buyers Club è un film bellissimo nella sua sconvolgente e sanguinante sofferenza. E' un cazzotto dritto in faccia e, appena riesci a riprendere fiato, ti arriva un altro pungo nello stomaco. E' bello come me l'aspettavo, è distruttivo come me l'aspettavo. Non mi dilungherò sulla trama, esiste sempre Wikipedia, ma Matthew McConaughey e Jared Leto hanno compiuto una trasformazione allucinante: qui si parla venti/trenta chili persi. D'altra parte era necessario, d'altra parte sono pagati un sacco di soldi, direte voi, ma io aggiungo che comunque sia non è facile. Non è facile mettersi alla prova con film del genere. Da sempre adoro gli attori estremisti, quelli che pur per impersonare al meglio un personaggio stravolgono la loro vita per riuscirci al meglio. Non è da tutti, assolutamente non è da tutti. 


Il regista Jean-Marc Vallée ai miei occhi è un perfetto sconosciuto. Prometto di recuperare la sua filmografia. Quindi, non ero influenzata da un amore proprio per il regista, se mai per Jared Leto che non sbaglia un colpo, quando sceglie i film dove prendere parte. Brevemente, la pellicola è ispirata ad una storia vera (ISPIRATO... non copiato, non seguito alla lettera.... ispirato) e si svolge nel 1986 in Texas. Ron Woodroof, texano duro e volgare, intepretato da McConaughey, scopre di avere l'HIV quindi decide di curarsi in modo "alternativo". Ron incontra Rayon, interpretato da Jared Leto, un transessuale sieropositivo. Woodroof, cowboy texano profondamente omofobo, inizia ad allargare i propri orizzonti mentali e grazie a Rayon e la dottoressa Eve Sacks (Jennifer Garner) riuscirà a resistere e vivere molto più tempo (sette anni) rispetto ai 30 giorni diagnosticati inizialmente dai medici. 



Il film è una critica alla medicina, sicuramente, ma il filo conduttore, secondo me, è proprio l'esistenza. Come ti comporteresti se hai solo 30 giorni da vivere? Come agiresti? Cosa faresti? Il film è stato presentato al Toronto International Film Festival 2013 accolto dall'applauso generale (gente che se ne intende). E' candidato agli Oscar.... e io ovviamente voterò mentalmente per lui, con tutte le mie forze. Dei film nominati (e mi baso solo sulla categoria Miglior Film) ne ho visti davvero pochi: l'orrendo American Hustle (qualcuno un giorno mi spiegherà qual è il senso del film perché io ho provato solo noia. Profonda, profondissima noia), il piacevole Captain Phillips ma... non capisco sinceramente cosa ci faccia li in mezzo e praticamente basta. Gli altri non li ho ancora visti. 


Bisogna sempre diffidare dei premi ma Matthew McConaughey, come miglior attore protagonista, e Jared Leto, come miglior attore non protagonista, non hanno mai meritato un premio così tanto. C'è tutta la passione che serve nel svolgere il proprio lavoro al meglio, in questi due attori e nell'interpretazione regalataci. 

Mi sono un minimo documentata sulle altre recensioni e la maggior critica compiuta verso il film è che McConaughey ruba così tanto la scena che gli altri attori spariscono. Critica secondo me completamente immotivata. Dallas Buyers Club è la storia di Ron, non è la storia di un accozzaglia di attori buttati a casaccio (American Hustle mi leggi?). Jared Leto interpreta un personaggio particolare che ruba la scena il giusto. Ci sono momenti nel film in cui la scena è sua, è di Rayon, non è di Ron. Jennifer Garner ci prova a reggere il passo, ha un sorriso bellissimo e dolcissimo che comunque t'impedisce di criticarla troppo ma, è doveroso dirlo, non regge il passo di Matthew e Jared. Sono lontani anni luce. Il film ha personaggi giusti, un numero molto esiguo di personaggi centrali ma è giusto che sia così. Non è un film "corale", è un film che ha come protagonista la malattia; una malattia che divora, che uccide la mente, prima ancora che il fisico. 


Ci sarebbe molto da dire sulla sperimentazione medica ma lo lascio fare a chi di competenza. Concludo dicendo che Dallas Buyers Club è un film forte, un film dannatamente forte come non ce n'erano da un po' di tempo. E' un film che pur nella sua profonda e sempre esposta crudeltà riesce sia a far sorridere, in alcuni momenti, sia a commuovere. Perché si arriva alla fine con gli occhi bagnati dalle lacrime. 


E' un film dove il protagonista è il dolore. Un dolore che riesce a materializzarsi, che assume quasi forme fisiche, forme reali. E' un film che non lascia indifferenti, non può lasciare indifferenti. Anzi, è un film profondamente devastante, che ti fa riflettere, che ti entra nelle viscere, che ti espone. 

Ci vuole coraggio nel produrre un film simile. 
Ci vuole coraggio ad approcciarsi alla sua visione.

E' un film reale, mozzafiato, doloroso, "materiale". E' un film che inevitabilmente sconvolge, che inevitabilmente ti lascia silenzioso e pensieroso. E' un film recitato così bene che ogni tanto ti viene voglia quasi di applaudire, anche se la pellicola non è ancora terminata. E' un film che probabilmente è troppo avanti per prendere qualche misera statuetta ma personalmente ha già vinto tutte le statuette del mondo, almeno per quest'anno. 

Jared Leto e Matthew McConaughey, regalateci più spesso film del genere. 


Follow by Email